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PREGHIERA

Il percorso etimologico della parola preghiera parte dalla radice indoeuropea prach-, che si ritrova nel sanscrito pracchāti, con il significato di “domandare” o “chiedere”. Questo dato dimostra che fin dalle origini remote della parola è presente l’idea dell’invocazione come movimento verso l’esterno: chi prega non rimane chiuso in sé, ma si apre, interpella, supplica. Dal mondo indoeuropeo si passa poi al latino prex, genitivo precis, termine che indica la preghiera intesa come supplica, richiesta, implorazione. Da qui si sviluppa il latino popolare precaria, sostantivazione femminile dell’aggettivo precarius, cioè “ottenuto con preghiere”, “concesso per grazia”, “non dovuto”, “dipendente dalla volontà altrui”. Attraverso il provenzale preguiera, si arriva infine all’italiano preghiera

Le diverse forme della preghiera
Tuttavia, non tutte le preghiere sono uguali. La preghiera può assumere livelli molto diversi, sia sul piano spirituale sia su quello interiore. Esiste una preghiera che chiede, che presenta a Dio i propri desideri, i propri bisogni, le proprie attese. In questa forma, la preghiera tende quasi naturalmente a orientarsi verso ciò che l’uomo vorrebbe ottenere: salute, pace, protezione, successo, sollievo, soluzione dei problemi. In questi casi, il rischio è che la preghiera diventi il tentativo di piegare la volontà divina alla nostra volontà.

Pregare come chiedere
Come mostra chiaramente la sua origine, la preghiera è legata all’atto del chiedere. Ma il chiedere umano non è mai un gesto neutro: rivela sempre un bisogno, un limite, una mancanza. Pregare significa dunque riconoscere che non possediamo in noi stessi tutto ciò che desideriamo o di cui abbiamo bisogno. È un atto di umiltà, perché implica il riconoscimento della propria insufficienza; ma è anche un atto di fiducia, perché presuppone che esista un interlocutore capace di ascoltare. 
In questo senso, la preghiera non è semplicemente una domanda rivolta a Dio, bensì una relazione. Chi prega si colloca in una posizione di dipendenza, ma non necessariamente di passività: la richiesta è già un modo di aprirsi, di cercare un dialogo, di affidarsi. La parola “preghiera”, con il suo radicamento nel significato di domanda, ci ricorda che l’essere umano è un essere che invoca, che ha bisogno di orientare il proprio desiderio verso un “tu” trascendente.

La preghiera come adesione alla volontà divina
Ma esiste anche un’altra forma di preghiera, molto più esigente e spiritualmente più alta: quella in cui non si chiede a Dio di conformarsi ai nostri desideri, bensì si chiede a noi stessi di essere resi capaci di conformarci alla sua volontà. Qui la preghiera cambia profondamente segno. Non è più solo domanda di qualcosa, ma disponibilità alla trasformazione interiore. L’espressione evangelica “sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra” sintetizza bene questo atteggiamento: pregare non significa imporre il proprio progetto, ma accettare di entrare in un progetto più grande, anche quando questo non coincide con le nostre aspettative immediate. Pregare non è sempre e soltanto domandare qualcosa; talvolta è soprattutto imparare a desiderare nel modo giusto. In tal senso,  a un livello ancora più profondo, la preghiera può diventare un atto di adesione alla volontà divina. In questo caso, il credente non si avvicina a Dio soltanto per chiedere, ma per lasciarsi educare dal suo volere. La preghiera si trasforma così in un esercizio di purificazione del desiderio: non si tratta di eliminare i propri bisogni, ma di riconoscerli e di collocarli dentro una prospettiva più ampia. 
Questa forma di preghiera è più esigente perché non offre subito un vantaggio visibile. Non garantisce automaticamente la soddisfazione dei propri desideri, ma costruisce un rapporto più autentico con il divino. Qui la preghiera non è più soprattutto strumento per ottenere, ma luogo in cui l’uomo viene progressivamente cambiato. È una disposizione dell’anima che tende non a manipolare Dio, ma a lasciarsi guidare da Lui.

La preghiera come presenza silenziosa
Esiste poi una terza dimensione della preghiera, forse la più alta e la più difficile da comprendere: quella in cui si prega senza chiedere nulla di specifico, semplicemente sostando nella presenza del Divino. In questo caso la preghiera si avvicina alla contemplazione. Non c’è un elenco di richieste, non c’è una finalità utilitaria immediata, non c’è neppure necessariamente una parola. C’è piuttosto un essere-presente, un rimanere davanti a Dio in silenzio, in adorazione, in ascolto.
Questa forma di preghiera supera il livello della domanda senza negarlo. È come se il chiedere, che sta all’origine del termine, si dissolvesse in una relazione pura, gratuita, non strumentale. L’anima non cerca più qualcosa da ottenere, ma trova già nel semplice stare davanti al Divino il proprio compimento. È una preghiera che non vuole cambiare la realtà, ma lasciarsi illuminare da essa; non vuole tanto ricevere un dono particolare, quanto vivere nella presenza stessa di Dio.

Una parola che dice la condizione umana
L’etimologia di “preghiera” ci aiuta quindi a capire che questa parola non indica soltanto un atto religioso, ma una condizione umana fondamentale. L’uomo è un essere che chiede, che desidera, che attende, che cerca risposta. Per questo la preghiera non è mai del tutto estranea alla struttura profonda della vita umana. Ogni domanda autentica contiene infatti un elemento di preghiera: il riconoscimento che il senso, la verità e il bene non sono pienamente posseduti, ma vanno accolti. 
La parola “preghiera” racchiude dunque un doppio movimento. Da un lato esprime il bisogno, la fragilità, la dipendenza; dall’altro apre alla fiducia, all’abbandono e alla comunione. È una parola che nasce dalla mancanza, ma tende alla pienezza. È una parola che supplica, ma può diventare anche lode, silenzio e contemplazione.

"Preghiera"

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