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URLO, etimologia e significato

Secondo la maggior parte dei dizionari etimologici italiani, "urlo" deriva da una radice latina tardo-volgare, probabilmente un derivato popolare del latino classico ululare (urlare, emettere un grido acuto). In latino, ululare era un verbo che si riferiva al lamento o al grido tipico di animali selvatici, come lupi e uccelli notturni. Questa parola imitativa cerca di riprodurre il suono straziante e prolungato del verso di un animale, soprattutto nei momenti di pericolo o di richiamo. Non a caso, il verbo ululare viene spesso associato al "richiamo del lupo" ed è rimasto presente nel linguaggio poetico e colloquiale, anche in contesti che vogliono descrivere un pianto disperato o angosciato. Col passare del tempo, il termine ululatus si è evoluto nella lingua volgare fino a generare l'italiano urlo, probabilmente per effetto di una semplificazione fonetica e morfologica, comune in molte trasformazioni linguistiche durante il passaggio dal latino all'italiano. In italiano, "urlo" si riferisce principalmente a un grido forte e prolungato, generalmente espressione di emozioni intense come paura, dolore, rabbia o entusiasmo. Tuttavia, il termine è anche usato in senso figurato per descrivere manifestazioni di ribellione, disagio, o richiesta d'aiuto. Non è un caso che si parli di "urlo di disperazione", "urlo di gioia", o "urlo di dolore", ciascuna espressione indicando uno specifico contesto emozionale. Il valore simbolico dell'urlo è ampiamente sfruttato nella cultura e nell'arte. L'idea dell'urlo come liberazione catartica ha radici antiche, sia nella letteratura che nella pittura. Basti pensare a opere iconiche come L’urlo di Edvard Munch, che rappresenta la sofferenza e l’angoscia umana in una forma grafica e potente, o al celebre "grido" di Ginsberg nella letteratura americana. In entrambi i casi, l’urlo è un’espressione sonora di un disagio interiore profondo, un simbolo di ribellione e di estraneità al mondo esterno. L'urlo può apparire in contesti narrativi e poetici, dove funge da metafora della tensione umana, della protesta o della paura. In letteratura, lo ritroviamo spesso in descrizioni di scene drammatiche o cariche di emozione. Un esempio classico è nella Divina Commedia di Dante, dove i "lamenti" e gli "urli" infernali evocano la sofferenza eterna dei dannati.

Interessante soffermarci sull'uso del plurale che troviamo sia in forma maschile, sia in forma femminile:

Urli - Preferito per grida umane distinte o legate a emozioni specifiche e identificate (rabbia, dolore, gioia)
Urla - Usato per rumori collettivi o indistinti, situazioni caotiche o grida provenienti dalla folla o dalla natura, dove le voci singole si confondono in un'unica massa sonora. 

Urlo

CICISBEO

In effetti, cicisbeo è una parola un po' desueta, perché ai giorni d'oggi, cicisbei se ne incontrano pochi;. ma qualche damerino (sia pure in chiave moderna) si incontra ancora... L'etimologia di cicisbeo è unanimemente da ricondursi all'onomatopeico cicaleggio, chiacchiericcio, bisbiglio, del "cavalier servente". Questo personaggio, detto, appunto "cicisbeo" era, di solito, un gentiluomo che andava appresso ad una dama sposata (o, perlomeno, già impegnata), accompagnandola e proteggendola, nelle occasioni mondane. Tale ruolo fu in auge nel '700 e tramontò già nell'800 con l'avvento del romanticismo che non lasciava spazio a questa figura un po' "border-line" tra l'amante, l'amico fidato ed il servitore. 
Cicisbei famosi furono: Vittorio Alfieri nei confronti della marchesa Gabriella Falletti; Giovanni Verri, uno dei tre fratelli Verri, fu il cicisbeo di Giulia Beccaria ( le malelingue sostenevano, infatti, che fosse il padre naturale di Alessandro Manzoni).

BAMBINO

L'etimologia della parola bambino sembra avere origini onomatopeiche, infatti è noto che nella primissima infanzia, le labiali B, P , M sono le prime che il bambino impara a pronunciare (vedi babbo, mamma). Ma ancora più interessante è scoprire che bambino altro non è se non il diminuitivo di bambo o di bimbo = una forma arcaica che sta per babbeo, sciocco. Evidentemente, più che l'aspetto negativo dell'accezione originaria, si voleva sottolineare l'immaturità dei fanciulli e la loro naturale incapacità ad affrontare le difficoltà della vita.
Altra interpretazione etimologica, riconduce la parola bambino al greco βαμβαινω (bambaino) = balbettare che, ovviamente, ha la stessa origine onomatopeica. Secondo quest'ultimo etimo il bambino è colui che si caratterizza appunto per la tipica balbuzie di chi fa i primi passi verso il linguaggio.

VANVERA

L'etimologia della parola vanvera è di origine incerta: alcuni riconducono l'etimologia di vanvera all'antico lemma onomatopeico fanfera dal suono fan-fan  (da cui fanfarone = chiacchierone, spaccone, sbruffone, millantatore);  altro etimo, dallo spagnolo bambàra dall'omonimo gioco di carte, a sua volta da bambarria che nel gioco del biliardo indica un tiro sbagliato ma casualmente vincente. Per cui, chi parla a vanvera è colui che parla a casaccio, diremmo con una perifrasi moderna, chi utilizza le labbra senza connetterle col cervello...
Una meno diffusa ma non meno interessante etimologia del termine vanvera riconduce l'etimo ad uno strumento in uso nel Seicento presso i Veneziani che era chiamato appunto vanvera: si trattava di un contenitore per i gas intestinali utilizzato da chi soffrisse di meteorismi incontrollabili, che permetteva di scaricare, anche in pubblico, ed immagazzinare momentaneamente tali miasmi un un sacchetto di pelle, e di scaricarli successivamente, una volta non in presenza di altre persone !