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ABBANDONARE, etimologia e significato

Oggi, la parola abbandonare ci fa pensare a gesti come lasciare qualcuno o qualcosa, smettere di occuparsene, o persino lasciarsi andare. Ma la storia di questa parola è molto più antica e ricca: parte dal linguaggio del diritto medievale, passa per il francese antico, si innesta su un termine germanico che indicava un ordine ufficiale, e risale infine a una radice protoindoeuropea legata al “parlare” e al “proclamare” in pubblico. Abbandonare arriva dall’antico francese abandonner, che significava letteralmente “mettere alla mercé di qualcuno” o “lasciare in balìa di qualcosa”. Questo verbo francese, a sua volta, derivava da una locuzione tipica del Medioevo: à bandon. À bandon voleva dire “sotto il potere” o “alla discrezione” di qualcuno. Dire, ad esempio, che un castello era “à bandon” significava che era lasciato senza difesa, aperto all’autorità o alla volontà di chi volesse prenderlo. Quando il francese abandonner passò in italiano, si adattò alla nostra morfologia in abbandonare. Curiosamente, l’“a” iniziale non è il prefisso latino “ab-” che indica allontanamento: è proprio la preposizione “a” della locuzione francese. Però, con il tempo, molti la reinterpretarono come “ab-” e questo spinse a raddoppiare le consonanti (bb, nn), come spesso accade in italiano dopo prefissi come ad-, ab-, ecc. Per capire davvero la parola dobbiamo fermarci su quel bandon. Era un termine del francese medievale che indicava il potere, l’autorità, la giurisdizione, spesso con una sfumatura militare o feudale. Chi aveva un “bandon” su un territorio, aveva il diritto di comandare, punire, proteggere o vietare. Bandon non deriva dal latino classico, ma da una parola germanica: ban. Il germanico ban (da cui il nostro bando) significava “proclamazione ufficiale fatta da un’autorità” — in pratica, un ordine gridato pubblicamente che tutti erano tenuti a rispettare. Questa proclamazione poteva avere due valenze opposte: positiva (convocare, ordinare di presentarsi) o negativa (vietare, mettere al bando, esiliare). 

Ecco quindi il percorso semantico:

Germanico ban = proclamare pubblicamente un ordine.

Dal germanico al latino medievale bannus/bandum = autorità di comando.

In francese antico bandon = potere, autorità, discrezione.

à bandon = alla mercé, sotto il potere di qualcuno.

abandonner = lasciare qualcuno o qualcosa alla mercé di altri → smettere di occuparsene.

abbandonare = lasciare, rinunciare, lasciar andare, anche in senso figurato.

Il germanico ban non è nato dal nulla: deriva da un verbo ricostruito della lingua protogermanica,  *bannaną, che significava “parlare pubblicamente, proclamare, comandare”. Questo a sua volta viene fatto risalire a una radice protoindoeuropea molto antica, *bʰeh₂-, che significa “parlare, dire a voce alta” (in sanscrito, bhánati = egli parla).

Ricapitolando, gli usi  della parola abbandonare nel tempo:

Medioevo: senso giuridico forte — “mettere in balìa” (di un’autorità, di un nemico, ecc.).

Letteratura: in Dante, per esempio, “abbandonare” conserva la forza dell’originale (“m’abbandona” = “mi lascia senza aiuto”).

Oggi: prevalgono i sensi più generici (“lasciare”, “rinunciare”, “lasciarsi andare”), ma in ambito legale si trova ancora l’uso tecnico: “abbandono dei beni”, “abbandono dell’azione”.

Abbandonare

MISTIFICAZIONE, etimologia e significato

La parola mistificazione deriva dal verbo italiano mistificare, il quale si forma sul calco del francese mystifier, attestato nel XVII secolo. Tuttavia, le sue radici profonde risiedono nel latino tardo e medievale. In particolare, il termine richiama il latino mysticus (da cui il francese mystique), che significava originariamente "sacro" o "relativo ai misteri", e il suffisso -ficare, derivato dal verbo facere ("fare").
La parola mysticus deriva a sua volta dal greco antico  μυστικός (mystikós), che significava "relativo ai misteri". Il termine greco è legato al verbo  μύειν (mýein), che letteralmente significa "chiudere" o "serrare" (ad esempio, gli occhi o le labbra), con riferimento alla segretezza dei riti iniziatici. A livello protoindoeuropeo, il verbo greco mýein si riconnette alla radice mu- (con il significato di "chiudere" o "tacere"). Questa radice ha dato origine a parole come il latino mutus ("muto")  o il sanscrito mukha ("bocca", ma anche "volto chiuso").
L'italiano mistificare è un prestito semantico dal francese mystifier, un termine che nasce probabilmente intorno al XVII-XVIII secolo e che inizialmente aveva il significato di "rendere misterioso" o "travisare qualcosa in maniera complessa". Il francese mystifier deriva chiaramente da mystique, ma con un ampliamento semantico verso il senso di ingannare, giocando sull’ambiguità o sul fascino del mistero. Da qui il passaggio successivo al significato moderno di "inganno deliberato".
In italiano, mistificazione viene attestato nel XVIII secolo, periodo in cui la lingua italiana subisce forti influenze culturali dal francese. Inizialmente, il termine poteva indicare anche una trasformazione "misteriosa" o "artificiale", ma col tempo il significato negativo di "falsificazione" o "inganno" è prevalso, riflettendo il cambiamento semantico già avvenuto nel francese.

La ricostruzione etimologica qui proposta è basata su fonti consolidate di linguistica storica e comparativa, come il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana (Cortelazzo & Zolli), il Grand Robert de la Langue Française e risorse accademiche per il greco e il latino (Chantraine, Ernout & Meillet). La coerenza con i mutamenti fonetici e semantici riscontrati nelle lingue romanze conferma l’accuratezza della derivazione dal latino e dal greco attraverso il francese.

Mistificazione

TENNIS, etimologia e significato

La parola tennis deriva dal francese antico tenez, che significa "tenete" o "prendete", forma imperativa del verbo tenir (tenere). Questa espressione era frequentemente utilizzata nel gioco della pallacorda (jeu de paume), un antenato diretto del tennis moderno. I giocatori gridavano "tenez!" per avvertire l’avversario di un colpo in arrivo, in modo simile al "fore!" nel golf. Il verbo francese tenir trova le sue origini nel latino volgare tenire, una variante del classico tenere, che significa "tenere", "afferrare" o "controllare". Questo verbo latino deriva direttamente dalla radice protoindoeuropea *ten-, che significa "allungare", "tendere" o "afferrare". Tale radice ha prodotto termini correlati in molte lingue indoeuropee, tra cui:

Latino: tenere (tenere, trattenere)

Greco antico: τείνω (teínō, tendere)

Sanskrito: तनुति (tanúti, egli tende o allunga)

Gotico: þanan (tendere)

Germanico antico: thanan (allungare)

Questa radice comune evidenzia un significato originario legato al movimento o alla tensione, che si adatta perfettamente al contesto di uno sport come il tennis, basato sull'interazione dinamica tra i giocatori e il movimento della palla.

Nel Medioevo, il jeu de paume era un passatempo diffuso tra la nobiltà francese. Il gioco prevedeva l’uso delle mani per colpire una palla attraverso una rete, pratica che nel tempo evolse fino a includere racchette, portando al moderno tennis. L’espressione "tenez!" era un elemento distintivo del linguaggio del gioco, divenendo un simbolo riconosciuto del gesto sportivo. Con l’arrivo del gioco in Inghilterra nel XIV secolo, la parola francese tenez venne anglicizzata in tennis. Documenti del periodo elisabettiano, inclusi riferimenti nelle opere di Shakespeare (ad esempio, Enrico V), testimoniano l’adozione del termine. Questo passaggio dal francese all’inglese riflette un fenomeno linguistico noto come prestito lessicale, in cui una parola viene integrata in una nuova lingua, spesso con modifiche fonetiche.


Tennis

GIARRETTIERA, etimologia e significato

La parola giarrettiera deriva dal francese antico jartière, attestato a partire dal XII secolo, che a sua volta trova radici nel latino volgare garta. Il termine garta era utilizzato per indicare una striscia o fascia di stoffa usata per legare o sostenere. La radice latina è collegata al termine germanico gart o gurt, che significava “cinghia” o “cintura”, e si ricollega semanticamente all’idea di contenimento e supporto.
In italiano, la parola giarrettiera appare con regolarità nei testi medievali, consolidandosi nell’uso corrente tra il XIV e il XV secolo. Questo prestito dal francese riflette il periodo di intensa influenza culturale e linguistica della Francia sulla penisola italiana, specialmente nelle corti e nei contesti legati alla moda. La giarrettiera, come accessorio, nasce con una funzione puramente pratica: era una fascia utilizzata per sostenere le calze, che fino al XVIII secolo non avevano la struttura elastica odierna. Queste fasce venivano fissate sopra il ginocchio o alla coscia per evitare che le calze scivolassero. Con il passare del tempo, l’oggetto assunse anche un significato simbolico e decorativo.
Già nel Medioevo, la giarrettiera iniziò a essere decorata con ricami, pietre preziose e tessuti raffinati, diventando così un accessorio di lusso e uno status symbol nelle classi aristocratiche. Questo sviluppo trova una delle sue massime espressioni nell’Ordine della Giarrettiera, fondato dal re Edoardo III d'Inghilterra nel 1348. Si tratta di uno dei più antichi ordini cavallereschi del mondo, il cui simbolo è proprio una giarrettiera ornata con il motto latino "Honi soit qui mal y pense" (“Vergogna a chi pensa male”). Secondo la leggenda, Edoardo III avrebbe raccolto una giarrettiera scivolata a una dama durante un ballo, e per evitare l’imbarazzo della donna, ne fece simbolo di onore.
Nel Rinascimento, l’uso della giarrettiera si estese anche a livello popolare, seppur con materiali più semplici e senza decorazioni. In epoca barocca e rococò, le giarrettiere femminili divennero oggetti di grande elaborazione estetica, spesso associate all’intimità e alla seduzione.
Con l’invenzione delle calze elastiche nel XX secolo, la giarrettiera perse progressivamente la sua funzione pratica, trasformandosi in un oggetto prevalentemente simbolico o decorativo. Oggi, la giarrettiera è un accessorio legato soprattutto alle occasioni cerimoniali, come i matrimoni, dove viene usata come elemento tradizionale o portafortuna. Spesso, la sposa indossa una giarrettiera come parte del corredo nuziale, talvolta coinvolta nel rito del lancio agli invitati.
A livello simbolico, la giarrettiera ha mantenuto una connotazione legata all’eleganza, alla sensualità e, in certi contesti, all’erotismo. Questo immaginario si riflette anche nell’arte, nella letteratura e nei media, dove la giarrettiera è spesso associata a rappresentazioni di femminilità e seduzione.

Giarrettiera

COMPLOTTO, etimologia e significato

Il termine complotto ha origine dal latino complicare, che significa letteralmente intrecciare o avvolgere insieme. Questo verbo è formato dal prefisso com- (insieme) e dal verbo plicare (piegare, intrecciare). In senso figurato, indicava l’atto di intrecciare azioni o intenti tra più persone, richiamando l’idea di un legame stretto tra individui che condividono un obiettivo comune. Francese medievale: La parola passò poi dal latino al francese antico come complot, dove cominciò ad acquisire un significato più specifico. Qui, il termine iniziò a riferirsi a una cospirazione segreta tra più individui. Già nel XIII e XIV secolo, complot designava un piano congiunto, spesso con connotazioni di segretezza o inganno. Ingresso nell'italiano: Il termine venne infine adottato in italiano come "complotto". Durante il Rinascimento e il periodo moderno, mantenne l’accezione negativa di “cospirazione segreta” o “accordo illecito”, solitamente volto a danneggiare o a influenzare il corso degli eventi in modo nascosto.  In italiano, il significato di complotto si è mantenuto relativamente stabile, indicante sempre un piano segreto orchestrato da più persone per un fine specifico, generalmente dannoso o illecito. Tuttavia, il termine è oggi associato anche a teorie e ipotesi complottiste, in cui la parola è spesso usata per descrivere ipotetici piani nascosti da parte di governi o grandi organizzazioni.

Il complottismo è un fenomeno socio-culturale che si basa sulla convinzione che eventi o situazioni significative siano il risultato di piani segreti orchestrati da gruppi di potere, con l'intento di ottenere benefici personali o di mantenere il controllo su una popolazione o su questioni globali. Chi aderisce a queste idee è spesso definito "complottista". 

Il "complottismo" si fonda su alcune caratteristiche fondamentali:

  • Sfiducia verso le fonti ufficiali: Una delle componenti principali è la diffidenza verso le istituzioni, i governi e i media. I complottisti tendono a credere che le versioni ufficiali degli eventi siano manipolate o incomplete.
  • Elaborazione di teorie alternative: Il complottismo elabora narrazioni alternative che giustificano gli eventi con piani segreti, spesso attribuiti a élite o organizzazioni occulte. Alcune delle teorie più note riguardano eventi storici, disastri, scoperte scientifiche, e persino la diffusione di malattie.
  • Ricerca di un "nemico nascosto": Il complottismo spesso identifica un "nemico" invisibile o un gruppo di potere che agisce nell'ombra. Questi gruppi possono essere multinazionali, lobby, gruppi religiosi, governi, o associazioni segrete.
  • Narrativa semplificata: Le teorie del complotto offrono spiegazioni lineari e spesso sensazionalistiche per eventi complessi. Questo porta alla creazione di schemi semplici per interpretare situazioni intricate, riducendole a "buoni contro cattivi".
  • Prove "alternative" e diffusione sui media non ufficiali: Il complottismo si avvale di fonti non convenzionali, spesso non verificabili o scarsamente documentate, e trova terreno fertile sui social media e su siti web dedicati, che diffondono queste teorie a un vasto pubblico.
Complotto

SPIA, etimologia e significato

La parola italiana spia ha origini radicate in alcuni passaggi attraverso lingue germaniche e neolatine. Il punto di partenza sembra essere il termine proto-germanico spehōn, che significa "guardare attentamente", "scrutare" o "esaminare con cura". Questa radice è alla base di vari termini nelle lingue germaniche antiche, come l’antico alto tedesco spëhōn e l’antico inglese spēon, che convergono nel verbo inglese moderno to spy (spiare, scrutare), attraverso il medio inglese espien. Dal germanico, la radice arriva nel latino medievale e nel francese antico. In francese, già dal XIII secolo, si attesta il termine espier, che indica l’atto di osservare segretamente o di sorvegliare a distanza, unito alla figura di un individuo che svolge tale azione. Questo termine francese antico è probabilmente il tramite principale attraverso cui il termine giunge nella penisola italiana. Con il consolidarsi degli scambi culturali e politici tra Francia e Italia nel Medioevo, il francese antico espie e il verbo espier diventano modelli lessicali adottati nelle parlate romanze italiane. In italiano antico si attesta così espiare (successivamente "spiare") e espia, che subisce poi un processo di semplificazione fonetica, diventando "spia". Il prestito linguistico dal francese non fu un fenomeno isolato, ma parte di un più vasto influsso culturale che caratterizzò i rapporti tra l’Italia e la Francia durante il Medioevo, particolarmente nei contesti militari e di corte, dove lo spionaggio, inteso come osservazione strategica, era una pratica diffusa. Con l’avvento del Rinascimento e della diffusione dei trattati militari e politici, il termine "spia" assume connotazioni sempre più specifiche. Nel Quattrocento e Cinquecento, spia designa già un individuo incaricato di sorvegliare movimenti, raccogliere informazioni sensibili e riferire a un superiore: un’attività rivolta all’interesse della corte o dello Stato, dunque dotata di un preciso significato strategico. Dal XVII secolo, con lo sviluppo degli stati moderni e delle prime organizzazioni di intelligence, la "spia" si carica di un valore spesso ambiguo, poiché l’attività spionistica è volta a ottenere segreti o vantaggi su altri stati o potenze. È interessante osservare che in questo periodo nasce anche la figura letteraria della spia, spesso dipinta come un individuo senza scrupoli, abile nell’infiltrarsi e passare inosservato. Col tempo, la parola "spia" inizia a designare non solo persone, ma anche dispositivi o segnali di sorveglianza. Già nel XIX secolo si usa "spia" per indicare un indicatore di stato o allarme: ad esempio, nelle prime locomotive a vapore, alcune luci o strumenti di controllo erano chiamati "spie" per segnalare variazioni di temperatura o di pressione. Questa estensione semantica si amplifica nel XX secolo, con l’avvento dell’elettronica e dei dispositivi meccanici: oggi il termine "spia" indica comunemente piccole luci o indicatori (come le luci di segnalazione sul cruscotto di un'automobile o le "spie" sugli elettrodomestici) che avvisano di un determinato stato operativo o di un’anomalia. In ambito figurato, "spia" è utilizzata come metafora per segnalare un indizio o un sintomo che può svelare uno stato d’animo o una situazione latente. Per esempio, si può dire: “il suo comportamento è una spia del suo malessere”, per suggerire che l’azione di una persona lascia trapelare un’emozione o una condizione che preferirebbe nascondere.

Mata Hari

TATUAGGIO, etimologia e significato

La parola italiana tatuaggio deriva dal francese tatouage che a sua volta proviene dall'inglese tattoo. Quest'ultimo termine fu introdotto nella lingua inglese dal capitano James Cook (1728-1779) dopo il suo viaggio nel Pacifico meridionale, durante il quale egli e i suoi marinai entrarono in contatto con i popoli indigeni polinesiani, tra cui i Maori della Nuova Zelanda e gli abitanti di Tahiti. Cook, affascinato dalla pratica di decorare il corpo con segni permanenti, ne documentò l'uso nella sua cronaca del viaggio. Cook annotò che i polinesiani chiamavano questa pratica tatau. Il termine tatau deriva dal verbo polinesiano che significa colpire o battere, in riferimento al suono prodotto durante l'applicazione dei tatuaggi, un processo che coinvolgeva l'uso di strumenti rudimentali per inserire l'inchiostro sotto la pelle. In molte culture polinesiane, il tatuaggio aveva una forte connotazione rituale e identitaria. I tatuaggi indicavano spesso lo status sociale, il rango, l'appartenenza a una determinata tribù o clan, e venivano considerati simboli di bellezza o potenza. La parola tatau in queste società aveva un profondo significato culturale, spirituale e comunitario. In Europa, la pratica del tatuaggio era relativamente rara fino all'epoca moderna, ed era spesso associata a marinai, prigionieri o persone emarginate, ma col tempo si è evoluta in una forma d'arte e di espressione individuale. In Occidente, fino al XX secolo, i tatuaggi erano spesso associati a gruppi sociali ai margini della società, come marinai, prigionieri, soldati e criminali. Nel XIX secolo, ad esempio, molti marinai europei adottarono l’usanza del tatuaggio, ispirandosi ai popoli indigeni incontrati nei loro viaggi. I tatuaggi in quel contesto erano simboli di avventura, pericolo e viaggi in terre lontane. In molti casi, i tatuaggi venivano utilizzati anche per identificare i detenuti e le persone marginali, soprattutto nei contesti carcerari. Il tatuaggio, dunque, era spesso visto come segno di ribellione o trasgressione rispetto alle norme sociali dominanti. A partire dalla seconda metà del XX secolo, in particolare dagli anni '60 e '70, i tatuaggi hanno iniziato a perdere l'associazione esclusiva con la marginalità. Questo cambiamento è legato a diversi fattori: movimenti come quello hippy, punk e rock degli anni '60 e '70 hanno abbracciato i tatuaggi come simboli di ribellione e rifiuto delle convenzioni sociali. L'arte del tatuaggio è stata rivitalizzata anche dalle sottoculture underground, che hanno visto nel tatuaggio una forma di espressione artistica alternativa e contro culturale; negli anni '90 e 2000, celebrità della musica, del cinema e dello sport hanno contribuito a sdoganare i tatuaggi rendendoli popolari e accettati dalla massa. Personalità come David Beckham, Angelina Jolie e molti musicisti e attori hanno esibito i loro tatuaggi, dando loro un'aura glamour e aspirazionale. Oggi i tatuaggi vengono scelti per una vasta gamma di motivi, che riflettono il pluralismo della cultura contemporanea. I tatuaggi sono diventati uno strumento per esprimere la propria identità, i propri valori, esperienze di vita o convinzioni personali. Molti scelgono tatuaggi per commemorare eventi significativi, celebrare relazioni o ricordare persone care. Sempre più persone considerano il proprio corpo come una tela su cui un artista può lavorare. Il tatuaggio, quindi, è percepito come una forma d'arte visiva, e molti tatuatori sono oggi considerati artisti, riconosciuti per il loro talento nel disegno e nella tecnica. In alcuni casi, i tatuaggi sono ancora utilizzati per esprimere appartenenza a gruppi o sottoculture. Questo può avvenire in contesti molto diversi, dalle gang e dai gruppi estremisti, ai collettivi artistici e alle comunità di appassionati di determinati generi musicali o sportivi. Il tatuaggio ha assunto anche un valore estetico e di tendenza. Molti si fanno tatuaggi semplicemente per seguire una moda o perché apprezzano il lato estetico dell’arte sul corpo. Disegni minimalisti, simboli geometrici o animali stilizzati sono diventati parte di un'estetica moderna e raffinata. Con la diffusione del tatuaggio come forma d’arte e di espressione personale, si è anche osservata una crescente accettazione sociale e professionale. In molti contesti lavorativi, come l'arte, la moda e i settori creativi, i tatuaggi non solo sono tollerati, ma talvolta persino celebrati come simboli di creatività e originalità. Tuttavia, restano ancora pregiudizi in alcuni ambiti, come nel settore finanziario o giuridico, dove il tatuaggio può essere visto come una violazione della formalità o del decoro. Nonostante questo, la percezione generale sta cambiando, e sempre più persone si sentono libere di tatuarsi senza temere ripercussioni sul lavoro o nella società. Un aspetto cruciale nell’evoluzione dei tatuaggi è legato ai miglioramenti tecnologici che hanno reso questa pratica molto più sicura rispetto al passato. Gli aghi monouso, le tecniche di sterilizzazione avanzate e i pigmenti ipoallergenici hanno ridotto drasticamente i rischi associati ai tatuaggi. I tatuatori professionisti sono spesso formati in igiene e sicurezza, e i negozi di tatuaggi sono soggetti a regolamentazioni sanitarie rigorose in molti paesi occidentali. L'avvento della tecnologia laser ha reso possibile la rimozione dei tatuaggi, un'opzione sempre più richiesta da chi desidera cancellare tatuaggi non più desiderati o associati a fasi di vita passate. La possibilità di rimuovere un tatuaggio ha probabilmente contribuito all'aumento della loro diffusione, offrendo alle persone una via d'uscita in caso di ripensamenti.

Tatuaggio tribale (Maori)

CRETINO

L'etimologia della parola cretino sembra essere correlata indirettamente alla parola cristiano, non in senso di disprezzo ma di commiserazione: infatti essa deriva dal franco-provenzale crétín  (a sua volta, dal francese antico chrétien) = cristiano, ma nel senso generico di "povero cristo, pover'uomo, poverino…" (da tenere presente che la parola cristiano/a è tutt'ora utilizzata, specialmente nei dialetti, per indicare in senso lato una  persona qualsiasi, come sinonimo di uomo o donna).  La parola "cretino" assume un significato medico-scientifico nel XVIII secolo, quando la patologia nota come cretinismo comincia ad attirare l'attenzione della medicina. Infatti, fu denominata "cretinismo" una malattia endemica che colpisce gli abitanti di territori poveri di iodio, come come la Svizzera e le Alpi francesi, dove, essendo la dieta  basata principalmente su prodotti agricoli poveri di iodio, l'incidenza del cretinismo era molto elevata.. I sintomi di tale  patologia si manifestano con un ritardo mentale e fisico, più o meno grave, sino al punto di precludere la capacità di comprendere la fede cristiana. Successivamente, la parola cretino, abbandonò l'accezione medica e finì per acquisire quella prettamente dispregiativa indicando persona stupida, scema, imbecille, deficiente, idiota...

Raffigurazione di persona affetta da "cretinismo"

GIOIA

L'etimologia della parola gioia ci riconduce al francese antico joie, a sua volta dal latino gaudia, plurale di gaudium = gioia, piacere, godimento, allegrezza, contentezza, etc... Andando più a ritroso, troviamo come riferimento etimologico, il sanscrito gai, gāyati = cantare, nonché la radice indoeuropea gaud- (formata da  = alto + ud = canto). Da questa ricostruzione etimologica, la parola gioia nasconde l'idea di elevare un canto (di gioia, appunto) atto suscitato da spontanea reazione ad una forte emozione positiva di esultanza, di benessere, di appagamento, di felicità...

ASSEMBRAMENTO

L'etimologia della parola assembramento si riconduce al latino  adsimulare o assimulare, dall'unione del prefisso ad = verso + simul = insieme + are (suffisso verbale), poi acquisito dal francese assemblerL'assimulamento o, più modernamente, l'assembramento è sinonimo di riunione occasionale.
Oggi è usato prevalentemente nella forma riflessiva assembrarsi cioè radunarsi, affollarsiI dizionari sincronici contemporanei segnalano per assembramento  due significati: 
  1. nell’uso comune, assembramento identifica una ‘riunione, affollamento disordinato di persone, specialmente in luogo aperto’ (Garzanti 2017);
  2. un ‘raggruppamento occasionale di persone in un luogo aperto per manifestazioni, spettacoli, ecc.’ e per estensione ‘affollamento, folla’ (Devoto-Oli 2020).

SCHIFO

L'etimologia della parola schifo si collega all'antico francese  eschif (da cui deriva anche la parola schivo), a sua volta dal francone skiuh(j)an = aver riguardo, avere timore, prendere le distanze. Il termine vuole rappresentare i sentimenti di disgusto, di repulsione, di fastidio, di allontanamento, o appunto, di "schivamento" da situazioni, comportamenti, persone o cose che provocano queste sensazioni negative..

TRUFFA

L'etimologia della parola truffa è alquanto curiosa: si ricollega al francese antico trufle (poi truffe) che deriva dal provenzale trufa , col doppio significato di tartufo, piccolo tubero e, in senso lato, di cosa di poco conto, di burla. In seguito, il termine truffa andò acquisendo accezione maggiormente negativa fino a divenire sinonimo di frode, di imbroglio, di inganno.

BIZZARRO

L'etimologia della parola bizzarro è alquanto incerta e controversa. Tra le varie interpretazioni etimologiche, prendiamo in considerazione le tre che sembrano più convincenti:
  • dallo spagnolo bizarro = coraggioso, valoroso. Forse a sua volta derivato dal basco bizarra = barba, per cui, virile, aggressivo (vedasi la parola imbizzarrito riferita ad un cavallo divenuto aggressivo). In un primo tempo con l'accezione prima riportata, poi con l'accezione di strano, eccentrico...)
  • dal francese bigarre = variegato da bigarrer = variegare, screziare (a sua volta derivato da bis + variare). In un primo tempo riferito alle stoffe variopinte e poi applicato al carattere stravagante ed eccentrico, proprio di chi è bizzarro;
  • da bizza ( dall'antico tedesco bizzan = pungere, mordere) + -ardo, poi trasformatosi in -arro, per cui pungente, mordente e poi, in senso lato insolito, estroso....

BISTURI

L'etimologia della parola bisturi è alquanto curiosa: si riallaccia al francese bistouri  a sua volta dal termine tardo-medievale bistorio, piccolo coltello molto affilato, da Pistorium, antico nome della città di Pistoia dov'era  fiorente l'artigianato di coltelleria e di armi da taglio.

TURLUPINARE

L'etimologia della parola turlupinare è da ricondursi allo pseudonimo Turlupin (forse, a sua volta, derivato dal nome della setta eretica dei Turlupini, diffusa nella Francia settentrionale, in Germania e nei Paesi Bassi che, a causa di un'interpretazione libertina della religione, furono accusati di farsi beffa di essa e, pertanto, perseguitati)attribuito al comico francese Henry le Grand, vissuto nel 1600. Poichè il Le Grand, detto Turlupin, divenne celeberrimo per l'ingegno profuso nell'attuare magnifiche burle e grandiosi raggiri, si cominciò ad utilizzare il verbo turlupinare per indicare, per antonomasia, un raggiro, un imbroglio, un inganno, una fregatura inflitta o subita.

ALLEGRIA

L'etimologia della parola allegria si riallaccia al latino alacer = alacre, allegro,vivace, brioso che nella forma accusativa alacrem fu acquisita dall'antico francese trasformandosi in alaigre = allegro da cui il termine allegria cioè lo stato d'animo di buon umore che caratterizza chi è felice, gioioso,entusiasta e vivace.

SINDACATO

L'origine del termine sindacato è molto interessante, soprattutto considerando la sua duplice (e anche sorprendente per i più) accezione di "associazione di lavoratori" e nel linguaggio economico-aziendale di "patto fra imprenditori".

Sicuramente, il  termine è nato in Francia, nella forma syndicat, (anche se i primi sindacati "moderni" sono nati con le trade-unions inglesi) che deriva dal greco sýndikos, unione di syn, insieme e dike, giustizia.

Il "syndakos" era infatti una sorta di avvocato, colui che "faceva giustizia insieme" alle parti e per usare una categoria moderna: un mediatore di "classe".

Da tale significato, deriva il termine moderno che indica quella particolare associazione di interessi comuni (siano quelli dei lavoratori o quelli degli imprenditori) volta a "spuntare" le condizioni migliori possibili in una trattativa.

BIONDO

L'etimologia della parola biondo è alquanto incerta. L'ipotesi più diffusa è che il termine biondo derivi dal germanico blund. Ma anche nell'antico franco troviamo la parola blaud (da cui l'antico francese blond) che esprimeva l'idea di delicatezza, di morbidezza (colore delicato dei capelli).
Qualcun altro ricollega la parola biondo al latino blundus da ablundus, a sua volta da albundus (stessa radice di alba) cioè dai capelli chiari come il colore dell'alba.

Piccola curiosità: secondo un moderno studio condotto dall'università di Edimburgo i capelli biondi fecero la loro comparsa fra gli umani circa 10.000 anni fa verso la fine dell'era glaciale come anomalia genetica. La teoria sostiene che la diffusione dei capelli biondi è dovuta a una selezione sessuale, infatti le donne con i capelli biondi avrebbero un maggiore numero di estrogeni e quindi una fertilità maggiore. Un dato a sostegno di questa teoria è la rapida diffusione dei capelli biondi in determinate aree come il Nord ed Est Europa, infatti senza una precisa selezione i biondi avrebbero necessitato di 850.000 anni per prevalere sulla popolazione bruna.
(tratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Biondismo )

MASSACRO

L'etimologia della parola massacro è da ricondursi al francese massacre = strage, a sua volta dal francese antico macecre o macecle = macelleria. Andando ancora più indietro, ritroviamo nell'antico tedesco il termine meizan = tagliare, fendere e nel latino barbarico il termine mazacrium = strage, carneficina.
Un'altra tesi vede come origine della parola massacro, la fusione del latino sacrare = immolare agli dei col provenzale massar = colpire (da cui la parola mazza). Ultima e meno diffusa interpretazione etimologica  individua nel basso latino scaramàxus = coltello per squarciare l'origine della parola massacro che, in ogni caso, significa violenza estremamente cruenta e disumana su persone o su animali indifesi o comunque più deboli dei criminali che la perpetrano.

BANALE

L'aggettivo banale trova il suo diretto corrispondente nel francese banal, che deriva dal tedesco ban e dal latino medievale bannum, cioè bando, proclama del signore.
Originariamente l'accezione del termine era, dunque, assolutamente neutra e solo con l'evolversi della lingua esso ha assunto prima il significato di un qualcosa generalmente accettato e in seguito quello odierno di mancanza di originalità.