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RISPARMIO, etimologia e significato

La parola risparmio non deriva direttamente dal latino classico, né possiede una radice protoindoeuropea attestata in forma compiuta nelle fonti italiche antiche. È un derivato di risparmiare, verbo entrato nell’italiano medievale attraverso il germanico *sparanjan «trattare con indulgenza, risparmiare», a sua volta ricondotto al germanico *sparōn «non uccidere, risparmiare». Treccani definisce risparmiare come derivato dal germanico *sparanjan, da cui proviene anche sparagnare. Il Trésor de la langue française / Académie française collega il francese épargner al francone *sparanjan «trattare con indulgenza», e questo al germanico *sparōn «non uccidere». Il prefisso ri- è l’esito italiano del latino re-, con valore intensivo, iterativo o di «di nuovo»; in risparmiare rafforza l’idea di custodire, non consumare, tenere da parte. Plausibile ma meno direttamente dimostrabile: il collegamento con una radice PIE *(s)per- / *sperH-. Le grandi etimologie germaniche e romanze lo accolgono, ma la filiera passa attraverso il germanico e il franco, non attraverso una trasmissione documentata dal sanscrito o dal latino all’italiano.

Il percorso etimologico acclarato è, quindi il seguente:

germanico: *sparōn «non uccidere»;

francone: *sparanjan «trattare con clemenza»;

antico francese: esparnier «risparmiare, lasciar vivere»;

italiano: sparagnare e risparmiare.

Il francese antico esparigner è attestato nell’XI secolo nel senso di «non uccidere, lasciare in vita»; nel XII secolo assume il valore di «usare con misura», e nel XIII quello di «accumulare mediante risparmio». Questo spiega perfettamente lo sviluppo semantico italiano: dal risparmio della vita si passa al risparmio delle forze, dei beni, del denaro.

Il De Mauro data risparmio intorno al 1300, come derivato di risparmiare. Il DELI di Cortelazzo e Zolli, riferimento principale dell’etimologia italiana, registra sparagnare nel senso di «non consumare, non sprecare» già in Boccaccio (1348–1353), mentre il valore di «non spendere o non usare per tenere da parte» è documentato in Guicciardini (1540); una forma precedente, sparniare, è attribuita a Giamboni nel 1292. La forma sparagnare conserva meglio il passaggio galloromanzo-italiano; risparmiare aggiunge il prefisso ri- e diviene la base del sostantivo moderno risparmio.

Il significato si è allargato in tre direzioni:

Conservare: risparmiare cibo, tempo, forze, salute.

Non spendere: ottenere un vantaggio economico o evitare una spesa.

Risparmiare qualcuno: non uccidere, non colpire, non infliggere una sofferenza.

Treccani documenta tutti e tre gli usi: dal «limitare l’uso e il consumo» al «mettere da parte denaro», fino a «risparmiare la vita a qualcuno». Questa coerenza semantica conferma l’origine del termine in un’idea primitiva di astensione dal danno, non in un’idea primariamente bancaria o contabile.

INFLAZIONE, etimologia e significato

La parola italiana inflazione è un termine tecnico-economico di formazione recente, ma la sua radice affonda in un patrimonio linguistico millenario che risale al protoindoeuropeo. Il vocabolo designa oggi, in economia, l’aumento generalizzato e prolungato del livello dei prezzi, con conseguente perdita del potere d’acquisto della moneta; tuttavia, il suo significato originario era ben più concreto e fisico: «gonfiamento», «rigonfiamento», «atto del soffiare dentro».

In italiano, inflazione è un sostantivo femminile, attestato in senso economico a partire dal XX secolo, ma presente già in testi medici e tecnici con il significato di «gonfiore», «rigonfiamento» (specialmente in riferimento a parti del corpo). Secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI) di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, e il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), la parola è un derivato dal latino inflatio, -ōnis, passato attraverso il francese inflation e l’inglese inflation, prima di stabilizzarsi nella forma italiana attuale. La forma latina da cui deriva direttamente inflazione è īnflātiō, īnflātiōnis (femminile, terza declinazione), che significa propriamente «gonfiamento», «rigonfiamento», «atto del soffiare dentro», e in senso figurato «vanagloria», «presunzione», «orgoglio eccessivo». Questo sostantivo è formato sul participio passato īnflātus del verbo īnflāre, a sua volta composto da: in- (prefisso che indica «dentro», «verso l’interno»)  e flāre («soffiare», «emettere aria», «gonfiare»). Dunque, in-flāre = «soffiare dentro», «insufflare», «gonfiare con aria». In latino classico, inflare era usato sia in senso concreto (es. inflare tubam, «soffiare nella tromba»; inflare velum, «gonfiare la vela») sia in senso metaforico (inflare animum, «gonfiare l’animo», cioè «insuperbirsi», «vaneggiare»). Il sostantivo inflatio compare in testi medici (per indicare gonfiori corporei) e retorici (per indicare l’enfasi eccessiva del discorso). Il verbo latino flāre («soffiare») è centrale in questa catena etimologica. Deriva, secondo la ricostruzione comparativa delle lingue indoeuropee, da una radice protoindoeuropea (PIE) indicata come *bhlē- o *bhle-, con il significato di «soffiare», «gonfiare», «emettere aria». Questa radice è documentata in numerosi lessici etimologici specialistici, tra cui:

Julius Pokorny, Indogermanisches etymologisches Wörterbuch (IEW);

Michiel de Vaan, Etymological Dictionary of Latin and Other Italic Languages;

American Heritage Dictionary of Indo-European Roots;

Etymonline (basato su Watkins e altri).

La radice *bhlē- ha dato origine, nelle varie lingue figlie, a forme con esiti fonetici diversi:

  • In germanico: antico inglese blāwan, inglese moderno blow («soffiare»);
  • In baltico: lituano bliauti («muggire», «ruggire»);
  • In slavo: russo blevat’ («vomitare», in origine «rigettare con forza»);
  • In greco antico: phléō («essere pieno», «ribollire», «gonfiarsi»);

Il termine economico inflazione non è entrato in italiano direttamente dal latino, ma attraverso la mediazione dell’inglese inflation e del francese inflation. In inglese, inflation è attestato dal XIV secolo con il significato medico di «gonfiore», «flatulenza», e solo nel XIX secolo (1838, in americano) assume il senso economico di «aumento dei prezzi per eccesso di moneta in circolazione». L’italiano ha quindi preso in prestito il termine già specializzato in senso economico, adattandolo alla fonetica e morfologia italiana (inflation → inflazione).

È interessante notare come il significato economico di «inflazione» sia una metafora perfettamente coerente con l’etimologia: così come un palloncino si gonfia d’aria diventando più grande ma più «vuoto» dentro, così i prezzi si «gonfiano» mentre il valore reale della moneta si assottiglia.


COMPRARE, etimologia e significato

Tutte le fonti etimologiche concordano nel derivare l’italiano comprare dal latino comparāre, infinito del verbo comparō. Nei lessici latini comparō / comparāre è attestato con una gamma di significati: “preparare, allestire, disporre, procurarsi, ottenere, acquistare, comprare”. In contesti classici e tardo‑classici, comparare aliquid può significare tanto “preparare qualcosa” quanto “procurarsi / comprare qualcosa”, come mostrano esempi in Seneca e altri autori. È importante sottolineare che la semantica di comparāre oscilla fra due poli: da un lato, l’idea di preparare / disporre qualcosa; dall’altro, quella di procurarsi / acquisire, spesso con implicazione di spesa o sforzo, che in tardo latino si specializza nel valore “comprare”. La tradizione latina conosce infatti due serie etimologiche legate alla forma comparare: 

com- + par “uguale” → comparāre “mettere alla pari, confrontare, paragonare”.

com- + parāre “preparare, procurare” → comparāre “preparare, procurare, acquistare”.

Alcune fonti divulgative ricordano che la sovrapposizione grafica dei due verbi ha favorito una certa confusione etimologica, ma le opere specialistiche distinguono nettamente i due etimi, tanto più che i valori semantici (paragonare vs comprare) si sono differenziati stabilmente nelle lingue romanze.

Il collegamento fra “preparare” e “procurarsi” è evidente: preparare qualcosa implica sovente procurarsene i mezzi o le risorse; da qui l’estensione al campo economico dell’“acquisire, comprare”. In questa prospettiva, comparāre “comprare” è letteralmente “parare insieme, mettere in opera mezzi e risorse” per ottenere un bene.

Dalla base latina COMPARĀRE si ottiene comperare, per il passaggio del gruppo ‑ar‑ a un esito ‑er‑ in posizione intertonica, fenomeno tipico del fiorentino. Da comperare si passa poi a comprare per sincope della vocale ‑e‑ intertonica tra consonante e r, dando luogo alla forma sincopata moderna.

Risalendo al livello protoindoeuropeo, i grandi repertori etimologici indoeuropei (per es. l’American Heritage Dictionary, Etymonline e raccolte di radici PIE) collegano il latino parāre a una radice ricostruita *per‑ / *perə‑ con valore generale “produrre, procurare”, e in senso lato “portare avanti, fornire”. lo stesso complesso etimologico produce una serie di parole latine come parēns “genitore”, parātus “pronto”, apparātus “apparato”, imperāre “ordinare, comandare”, separāre “separare”, tutte derivate da parāre in senso lato “mettere in stato, predisporre, procurare”. In termini di linguistica storica, possiamo dire che il campo semantico profondissimo da cui discende comprare è quello del “produrre, far esserci, procurare, predisporre”; l’idea dell’“acquisto a pagamento” è un affinamento culturale in un contesto economico, non il senso originario della radice indoeuropea.

Infografica etimo COMPRAE
 (Si autorizza l'utilizzo previa citazione della fonte:

ELETTRICO, etimologia e significato

L'origine della della parola elettrico deriva dalla parola greca ἤλεκτρον (ḗlektron), che significava appunto «ambra». Gli antichi Greci avevano osservato un fenomeno curioso: strofinando un pezzo d'ambra, questo era in grado di attirare piccoli oggetti leggeri, come pagliuzze o frammenti di materiale sottile. Naturalmente non conoscevano ancora la natura di quel fenomeno, che oggi sappiamo essere una manifestazione dell'elettricità statica, ma avevano già individuato e descritto quella singolare proprietà. Dal greco ἤλεκτρον la parola passò al latino nella forma electrum. Nel 1600 lo scienziato inglese William Gilbert, studiando i fenomeni di attrazione prodotti dallo strofinamento di alcune sostanze, utilizzò il termine latino scientifico electricus, cioè, letteralmente, «simile all'ambra» o «dotato delle proprietà dell'ambra». Gilbert si era infatti accorto che quel comportamento non apparteneva soltanto all'ambra, ma poteva essere osservato anche in altri materiali. Da electricus nacque poi, nelle lingue moderne, la parola elettrico, dalla quale prendono origine elettricità e tutti gli altri derivati. La cosa più curiosa è il cambiamento di significato avvenuto nel corso dei secoli. In origine, infatti, la parola indicava semplicemente una sostanza concreta: l'ambra. Successivamente, il nome di quella sostanza venne utilizzato per indicare una sua particolare proprietà. Infine, quella proprietà divenne il nome di un intero insieme di fenomeni naturali e delle successive applicazioni tecnologiche derivate.

Infografica etimo ELETTICO
 (Si autorizza l'utilizzo previa citazione della fonte:

CAOS, etimologia e significato

La documentazione lessicografica più autorevole concorda nel ricondurre la parola caos al greco χάος, attraverso il latino chaos. Treccani precisa che il greco χάος contiene la stessa radice χα- dei verbi χαίνω e χάσκω, “essere aperto, spalancato”, e richiama anche χάσμα, “voragine”. L’italiano ha poi ereditato il termine come voce dotta, con sviluppo semantico sia mitologico sia figurato. Nel greco arcaico e nella cosmogonia esiodea, Χάος non indica un miscuglio disordinato nel senso moderno, ma una condizione originaria di apertura o di vuoto, anteriore all’ordine del κόσμος. Treccani spiega che si tratta della “gran lacuna” o del "vuoto originario" preesistente alla creazione dell’universo ordinato. Solo in seguito il termine si è avvicinato al valore di massa confusa o materia informe. In altri termini, il “caos” originario è innanzitutto un vuoto spalancato, non un disordine vero e proprio. Il passaggio al significato moderno di “confusione, grande disordine” è una metafora semantica: ciò che è aperto, non delimitato e non strutturato diventa, per estensione, ciò che è privo di ordine. Treccani segnala esplicitamente che dal valore cosmologico originario deriva il significato più comune di disordine, confusione, turbamento sociale o politico. Questa evoluzione è perfettamente coerente con la storia culturale del termine: dal cosmo primordiale alla metafora del mondo senza forma. In seguito il concetto di caos viene rielaborato nel naturalismo greco e trova una formulazione teorica nella dottrina di Anassagora, dove la realtà nasce da un miscuglio originario ordinato dall’Intelletto (νοῦς). Proprio questa lunga tradizione ha favorito l’uso moderno di caos per designare sistemi imprevedibili, complessi o apparentemente senza ordine.

"Caos"

MA, etimologia e significato

La congiunzione italiana ma è uno di quei piccoli elementi funzionali della lingua che, pur essendo brevissimi e frequentissimi, conservano una storia lessicale e una rete comparativa indoeuropea assai ricca. Infatti, in italiano moderno ma è la congiunzione coordinativa avversativa più comune (equivalente a «però», «tuttavia», «invece»). La spiegazione etimologica tradizionale e meglio documentata è che ma derivi dall’avverbio latino magis = più, comparativo dell’avverbio magnopere (da magnus = grande). La semantica originale di magis è «piuttosto, di più», cioè un marcatore comparativo; per gradi d’uso pragmatico è passato a esprimere contrasto: “non A, magis B” → «non A, ma B / piuttosto B», cioè valore avversativo o correttivo. Questo sviluppo — da ‘più / piuttosto’ a una congiunzione avversativa — è ricorrente nelle lingue romanze: confronto con francese mais, portoghese mas/mais ecc. Le principali lessicografie e saggi sulla funzione di ma confermano la derivazione da magis. 

Il cambiamento fonologico e morfologico può essere ricostruito schematicamente così: latino magis (avverbio comparativo) → riduzione e perdita della desinenza -is e assorbimento per analogia/uso colloquiale: magis > mais / mas in varie parlate romanze; in italiano settentrionale/centrale la forma si riduce ulteriormente a ma. La contrazione di magis in forme bisillabe e poi monosillabe è tipica delle evoluzioni di avverbi/funzioni ad alta frequenza.

Per risalire al livello proto-indoeuropeo dobbiamo osservare che magis è collegato alla famiglia di parole centrate su magnus ‘grande’, e che questa famiglia si ricostruisce nel proto-indoeuropeo con una radice ricostruita come *meǵh₂- / *meg- , che esprime il concetto di «grande, molto». Da questa radice derivano termini cognati in molte branche indoeuropee: greco μέγας (mégas), latino magnus (e quindi magis), sanscrito mahá- / mahát- (mahá ‘grande, potente’; mahát = «grande, importantissimo»), forme iraniche antiche (avarie come Avestico *maz-/*mazant-, medio persiano ms/mah), tochariche, celtiche e altre attestazioni. 

Ricapitolando, la congiunzione italiana ma discende direttamente dall’avverbio latino magis «più, piuttosto», che a sua volta è etimologicamente connesso all’aggettivo magnus ‘grande’ e alla radice proto-indoeuropea *meǵh₂- / *meg- (grande, più’). Il passaggio semantico da comparativo/preferenziale a congiunzione avversativa è spiegabile tramite usuali meccanismi di grammaticalizzazione: magis usato per contrapporre o rettificare alternative (piuttosto che) finisce per segnalare contrasto e si fossilizza come marcatore avversativo; la forma fonetica si riduce per frequenza e caduta delle desinenze. Il quadro è corroborato da repertori lessicografici dell’italiano e da studi indoeuropeistici e di etimologia latina. 

Bibliografia:

Treccani — Vocabolario: voce ma. (significato, etimologia e attestazioni letterarie). 

Treccani (Magazine) — articolo «Ma dai mille volti. Una congiunzione che va oltre» (analisi d’uso e collegamento a magis). 

Cuenca, M. J. — Contrastive Markers in Contrast (paper che discute la derivazione di ma da magis e la funzione contrastiva). -- OpenEdition Journals

Michiel de Vaan, Etymological Dictionary of Latin and the other Italic Languages (Brill, 2008) — analisi etimologica su magnus/magis e questioni morfologiche/ablaut.  -- Internet Archive.

Articoli specialistici su meĝh₂/*meg- (es. «Greek megas and Latin magnus 'great, big, large'» e lavori collegati): analisi della radice indoeuropea e dei riflessi nelle lingue figlie. -- Riviste PAN

Mallory & Adams, Encyclopedia of Indo-European Culture (1997) — per quadro comparativo indoeuropeo e lista di cognati. -- Internet Archive.

Ma...

ORDINE, etimologia e significato

La parola italiana ordine deriva direttamente dal latino ordo, ordinis – un sostantivo maschile che gli antichi Romani usavano per indicare una "fila" o una "schiera", ma anche il "rango" di una persona, la sua posizione sociale. Cicerone, il grande oratore romano, ci definisce precisamente cosa significasse: "compositionem rerum aptis et accommodatis locis" – cioè "l'arrangiarsi delle cose nei loro posti appropriati". Una definizione che è tutto fuorché banale.​ Ordo non significa semplicemente "fila", ma piuttosto "fila di cose messe in modo sensato, dove ogni cosa ha il suo posto giusto". Non è ordine arbitrario, bensì ordine razionale, ordinato secondo una logica interna. Se vogliamo capire il vero significato originario di ordo, dobbiamo guardare al verbo latino: ordiri, che significa "cominciare a tessere".​ Pensate a quello che fa una tessitrice quando si prepara a creare un tessuto. Prima di tutto, deve disporre sul telaio i fili verticali – quelli che gli Italiani chiamano ordito, dal latino orditus, participio passato di ordiri. Questi fili devono essere distesi con cura, paralleli, tesi alla giusta tensione, allineati perfettamente. Solo dopo aver disposto i fili dell'ordito in questo ordine rigoroso, si può cominciare a tessere, intrecciando i fili orizzontali della trama.​ Quindi, la parola "ordine" viene dal mondo del telaio, dal momento iniziale in cui la tessitrice prepara la base del tessuto. Da notare come il verbo ordiri non significa solo "disporre i fili", ma più generalmente "cominciare un'impresa". Dalla tessitura, il concetto si estende: iniziare qualcosa vuol dire "mettere le basi in ordine", proprio come la tessitrice prepara l'ordito.​

Gli studiosi di linguistica comparativa hanno dimostrato che il latino ordo non è il punto di origine. Sia il latino che il sanscrito antico, così come il greco, l'armeno e le lingue germaniche, derivano tutti da una radice ancora più antica, il protoindoeuropeo (abbreviato con PIE), la lingua parlata circa 6.000-7.000 anni fa dalle popolazioni che abitavano intorno al Caucaso e al Mar Nero.​ Questa radice protoindoeuropea si scrive convenzionalmente come *h₂er- e significa fondamentalmente "unire, adattare insieme, far combaciare".Comparando le lingue figlie. Nel sanscrito dell'India più antica, la lingua sacra dei Veda (testi religiosi composti tra il 1500 e il 1000 a.C., i più antichi documenti letterari del mondo indoeuropeo, la radice PIE *h₂er- genera il termine ऋत, trascritto come ṛta-. Qui il significato non rimane "unire, adattare", ma si trasforma in qualcosa di sublime. Ṛta-  significa "ordine cosmico", il principio universale che governa l'universo intero.​

Una delle evoluzioni semantiche più interessanti è come dal significato concreto "unire, adattare insieme" si sviluppi gradualmente il significato astratto "rettitudine, verità, ordine giusto". Nel sanscrito vedico, vediamo questo processo quasi in tempo reale. Ṛta- parte da un significato cosmico-fisico (l'ordine dei cicli celesti) e diventa gradualmente il principio della rettitudine morale. Non è che il significato cambi radicalmente – è una progressiva astrazione della stessa idea: ciò che è "appropriatamente unito insieme" nel cosmo è anche la "rettitudine" nel comportamento umano.​ Il latino rectus (dritto, giusto) riflette lo stesso processo: "retto" letteralmente significa "raddrizzato, dritto" (come una linea), ma metaforicamente significa "giusto, corretto". 

Nellla Roma antica, la metafora tessile iniziale di ordo si espanse verso significati sociali e politici. "Ordine" viene a designare il rango, la classe sociale: nell'antica Roma, gli ordines erano le classi sociali ben definite – l'ordo senatorius (l'ordine senatoriale), l'ordo equestris (l'ordine equestre), l'ordo plebeiorum (l'ordine dei plebei). Ogni ordine aveva le sue prerogative, i suoi doveri, il suo posto nella società.​ Da notare come il concetto originale rimanga: così come i fili dell'ordito devono stare in fila, ordinati e allineati, anche gli individui nella società devono stare al loro "ordine" – al loro posto nella gerarchia. La metafora della tessitura si trasforma in metafora della società organizzata. Più tardi, il cristianesimo applicherà lo stesso termine agli ordini religiosi: i Domenicani, i Francescani, i Benedettini – come comunità di religiosi che vivono secondo una regola (regula), cioè un ordine, un insieme di norme che organizzano la vita comunitaria proprio come i fili organizzano la tessitura.​

Quando l'etimologo esamina come una parola viene usata nello spazio pubblico e politico, scopre qualcosa di interessante: una stessa parola può diventare uno specchio di visioni del mondo diametralmente opposte. La parola ordine] è uno dei casi più illuminanti, perché in essa si concentra uno dei conflitti politici più profondi e duraturo della modernità. Se durante la Rivoluzione Francese un conservatore pronunciava la parola "ordine", intendeva una cosa ben precisa. Se a pronunciarla era un rivoluzionario, il significato cambiava completamente. E oggi, più di due secoli dopo, quella frattura semantica persiste, pur assumendo forme nuove.

Quando la destra politica utilizza la parola ordine], carica questa parola di significati ben specifici:​ per la visione conservatrice, l'ordine non è qualcosa di artificiale o costruito, bensì la riflessione nell'organizzazione sociale di gerarchie e diseguaglianze che sono "naturali", "inevitabili", "normali". Il mondo, insomma, per natura tende verso una strutturazione gerarchica. Le persone hanno capacità diverse, ambizioni diverse, e questa diversità si traduce naturalmente in una struttura piramidale dove alcuni comandano e altri obbediscono.​ Questa concezione affonda le radici nella tradizione medievale, ancora viva nel conservatorismo moderno: l' ordo saeculorum – l'ordine dei secoli – come struttura divina e immutabile della realtà. I tre ordini medievali (clero, nobiltà, popolo) erano visti non come imposizioni arbitrarie, ma come corrispondenti a funzioni diverse naturalmente necessarie nella società.​ Per il conservatore, l'ordine è legato indissolubilmente alla conservazione, al rallentamento del cambiamento. Un conservatore francese del XVIII secolo direbbe: l'Ancien Régime rappresenta l'ordine – non perché sia perfetto, ma perché è testato dal tempo, collaudato dalla storia, pratico e funzionante. Il motto dei teologi medievali, traslato in politica, è significativo: "Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus" (ciò che è sempre stato, dovunque, da tutti) – la caratteristica dell'ordine tradizionale.​ Nella visione di destra, l'ordine si contrappone al caos, all'anarchia, alla dissoluzione. Senza ordine, senza gerarchia, senza autorità che impone regole, subentra il caos – inteso come uno stato di guerra di tutti contro tutti, di diritti confliggenti senza risoluzione, di desideri scontenti che generano violenza. L'ordine, quindi, è ciò che salva la società dalla disgregazione.​ Ecco perché i conservatori, storicamente, usano la parola "ordine" per stigmatizzare i movimenti di sinistra: per loro, le rivoluzioni portano "disordine", la dissoluzione di strutture collaudate, il caos.​

Quando la sinistra politica pronuncia la parola ordine, essa carica il significato in modo completamente diverso:​​ per la sinistra, l'ordine non è naturale – è costruito, razionale, volontario. L'ordine non emerge da gerarchie immutabili, ma da una disposizione intelligente delle cose secondo il principio della giustizia e dell'uguaglianza.​​ Se riprendiamo la definizione di Cicerone che abbiamo esaminato all'inizio – "la composizione delle cose nei loro posti appropriati" – la sinistra la reinterpreta: cosa significa "appropriato"? Non "appropriato per natura", ma "appropriato secondo la giustizia, secondo la ragione".​ Per i conservatori, l'ordine è ciò che esiste già; per i rivoluzionari, l'ordine è ciò che deve ancora essere costruito. Entrambi aspirano all'ordine – ma hanno visioni diametralmente opposte di cosa esso sia.​​  Un aspetto cruciale della concezione di sinistra è che l'ordine deve essere equo, cioè egualitario. Se la destra vede naturale una piramide con pochi al vertice e molti alla base, la sinistra dice: questo non è ordine, è ingiustizia organizzata.​ La sinistra propone cioè un ordine dove le risorse siano distribuite secondo criteri di equità, dove i diritti siano uguali per tutti, dove la gerarchia sia ridotta al minimo. In questo senso, la parola "ordine" per la sinistra significa "coordinamento dei mezzi per il bene comune", come un' orchestra dove ogni strumento ha pari dignità.​​ Qui c'è un elemento temporale da sottolineare dal punto di vista etimologico. Come già accennato, il latino ordiri significa "iniziare, cominciare", spesso riferito al momento in cui si comincia a tessere il tessuto?. La sinistra recupera questo significato: l'ordine è il momento in cui si "inizia" – quando si comincia a tessere una realtà nuova, quando gli uomini prendono il controllo conscio della storia., quale costruzione cosciente, pianificata, di un ordine migliore.​

Ordine