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BISBETICO

L'etimologia della parola bisbetico è da ricollegarsi al greco antico e più precisamente all'unione di due parole greche: ἀμφις (amphis) = separatamenteβαίνω (baino) = io vado, da cui ἀμϕισβητικός  (amphisbeticòs) = colui che procede separatamente, da due [diverse] parti. In senso ampio, litigioso, lunatico, scontroso, capriccioso, scontento, incontentabile, stizzoso, etc... Al di là da ogni aspetto maschilistico o misogino, risponde al vero prendere atto che l'aggettivo, apparso nella lingua italiana intorno al sec. XVII, è declinato molto più al femminile piuttosto che al maschile. Esempio ne è la famosissima commedia, composta da Shakespeare intorno al 1594, "The Taming of the Shrew" (L'addomesticamento della bisbetica), titolo poi tradotto in lingua italiana come " La bisbetica domata", ove si narra delle vicende di Petruccio, avventuriero veronese, che sposa, allettato dalla sua dote, l'intrattabile Caterina di Padova.  Alla fine, Petruccio riesce a soggiogarla.

NOSTALGIA

L'etimologia della parola nostalgia ci riporta al greco antico e più precisamente all'unione di due parole: νόστος (nostos) = ritornoάλγος (algos) = dolore. Pertanto, letteralmente nostalgia vuol dire dolore del ritorno (o meglio dolore per non poter tornare indietro nel tempo e/o nello spazio )

" Il termine nostalgia in sé, pur derivato dal greco come molti termini scientifici, era sconosciuto al mondo greco. Entra nel vocabolario europeo nel XVII secolo, per opera di uno studente di medicina alsaziano dell'Università di Basilea, Johannes Hofer, il quale, constatando le sofferenze dei mercenari svizzeri al servizio del re di Francia Luigi XIV, costretti a stare a lungo lontani dai monti e dalle vallate della loro patria, dedicò a questo fenomeno una tesi, pubblicata a Basilea nel 1688 con il titolo "Dissertazione medica sulla nostalgia". Con questo termine greco di nuovo conio, infatti, Hofer traduce nel linguaggio scientifico l'espressione francese «mal du pays» e il termine tedesco «Heimweh» (letteralmente dolore per la casa), ancor oggi utilizzati nelle rispettive lingue. Tale stato patologico era così grave che spesso portava alla morte i soggetti che ne erano colpiti e nessun intervento medico valeva a ridare loro le forze e la salute a meno che non li si riportasse verso casa. A partire dalla fine del XVIII secolo e soprattutto nella prima metà del secolo successivo, accanto all'interesse medico, la nostalgia convoglia notevoli attenzioni in ambito poetico e musicale, in corrispondenza con l'ondata migratoria dall'Est Europa. Tuttavia, è soltanto a partire da Charles Baudelaire che il termine si libera dal riferimento a precisi luoghi o al passato infantile, per assurgere a condizione di anelito indefinito. Con l’età del Romanticismo, il pensiero del ritorno all’infanzia e del ricordo del proprio passato si caricò di tensione eroica e drammatica, diventando inoltre un fondamento indiretto per i nazionalismi che stavano nascendo in quel periodo in tutta Europa. Ma fu solo con la fine del secolo e con gli albori della società di massa, che la nostalgia assunse le caratteristiche peculiari con cui si identifica ancora oggi come Svetlana Boym, nel testo Ipocondria del cuore: nostalgia, storia e memoria, spiega: «La nostalgia come emozione storica raggiunge la maggiore età in epoca romantica ed è contemporanea alla nascita della cultura di massa. Ebbe inizio con l’affermarsi del ricordo dell’inizio del XIX secolo che trasformò la cultura da salotto degli abitanti delle città e dei proprietari terrieri istruiti in una commemorazione rituale della giovinezza perduta, delle primavere perdute, delle danze perdute, delle occasioni perdute. […] Tuttavia questa trasformazione della cultura da salotto in souvenir era festosa, dinamica e interattiva; faceva parte di una teatralità sociale che trasformava la vita quotidiana in arte. […] Il malinconico senso di perdita si trasformò in uno stile, una moda di fine Ottocento.» " 

Il testo virgolettato è tratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Nostalgia

TEATRO

L'etimologia della parola teatro ci riporta alla radice th- da cui il greco  ϑεάομαι (theaomai) = io guardo, io sono spettatore. Dalla stessa radice deriva anche il verbo greco θεωρεω (theoreo) = osservare, comprendere, intendere (da cui la parola teoria).

<< Il teatro comprende le arti tramite cui viene rappresentata, sotto forma di testo recitato o drammatizzazione scenica, una storia (un dramma, parola derivante dal verbo greco δραω (drao) = agisco). Una rappresentazione teatrale si svolge davanti ad un pubblico utilizzando una combinazione variabile di parola, gestualità, musica, danza, vocalità, suono e, potenzialmente, ogni altro elemento proveniente dalle altre arti performative.

Non sempre è necessaria la presenza di un testo: il movimento del corpo in uno spazio con fini artistici ed illustrativi, eseguito di fronte ad uno spettatore, è definito di per sé teatro. Oltre al teatro di prosa in cui la parola (scritta o improvvisata) è l'elemento più importante, il teatro può avere forme diverse l'opera cinese, il teatro dei burattini, la pantomima, che differiscono non solo per area di nascita, ma per il differente utilizzo sia delle componenti che costituiscono la rappresentazione, sia per i fini artistici che esse definiscono.

La particolare arte del rappresentare una storia tramite un testo o azioni sceniche è la recitazione, o arte drammatica. In molte lingue come il francese (jouer), l'inglese (to play), il russo (играть - pron. igrat'), il tedesco (spielen), l'ungherese (játszik) il verbo "recitare" coincide col verbo "giocare". Il termine italiano, invece, pone l'accento sulla finzione, sulla ripetizione del gesto o della parola o, secondo altre spiegazioni etimologiche, deriverebbe da un termine adoperato per indicare la retorica, e quindi la capacità di convincere il pubblico.

Come qualsiasi altra forma artistica e culturale anche il teatro si è evoluto dalle origini ad oggi, nelle diverse epoche e luoghi. La storia del teatro occidentale pone come origine di questa disciplina la rappresentazione teatrale nella cultura dell'antica Grecia: i precedenti esempi teatrali (Egitto, Etruria ed altri) ci aiutano a comprendere la nascita di questo genere, ma non vi sono sufficienti fonti per delinearne le caratteristiche. >>   

Il testo virgolettato è tratto da  https://it.wikipedia.org/wiki/Teatro

GIOIA

L'etimologia della parola gioia ci riconduce al francese antico joie, a sua volta dal latino gaudia, plurale di gaudium = gioia, piacere, godimento, allegrezza, contentezza, etc... Andando più a ritroso, troviamo come riferimento etimologico, il sanscrito gai, gāyati = cantare, nonché la radice indoeuropea gaud- (formata da  = alto + ud = canto). Da questa ricostruzione etimologica, la parola gioia nasconde l'idea di elevare un canto (di gioia, appunto) atto suscitato da spontanea reazione ad una forte emozione positiva di esultanza, di benessere, di appagamento, di felicità...

SEMPLICE

L'etimologia della parola semplice ci riporta al latino simplex = semplice, a sua volta dall'unione del prefisso sem- = uno solo (vedere  l'avverbio latino semel = una sola volta)  +  la radice plek-, che troviamo nel verbo latino plectĕre = piegare.  Pertanto, il significato originario dell'aggettivo semplice è "piegato una sola volta" cioè costituito da un solo elemento, unico. Il termine semplice, si contrappone a molteplice (nelle varie declinazioni: duplice, triplice...etc), e a complesso o complicato (cum + plectĕre = piegare più volte).
Nelle sue varie accezioni e nei sue vari usi, la parola semplice acquista sfumatura positiva, negativa o neutra. Senza dilungarci circa tutti i molteplici usi della parola semplice, di seguito, un paio di esempi: "un'impresa semplice" o "un compito semplice": qui, semplice è sinonimo di facile, agevole, elementare da realizzare; "una persona semplice": qui semplice è sinonimo di diretta, schietta, sincera, priva di doppiezze, naturale, sobria, frugale, ma è anche sinonimo di persona "alla buona", comune, ingenua, senza malizia.

UOVO

L'etimologia della parola uovo ci riporta al latino ovum ed al greco ὠόν (oon). Gli etimologi individuano anche nella forma sanscrita avjam (dalla radice protoindoeuropea av-, da cui anche il latino avis = uccello) un aggettivo che indica "ciò che  proviene dagli uccelli", per cui il significato originario del termine uovo sarebbe "prodotto dagli uccelli".
Presso tante civiltà antiche era diffuso il mito della nascita del Cosmo a partire da un uovo. Nell'immaginario collettivo l'uovo primordiale è l'archetipo che racchiude "in nuce" la molteplicità dell'Universo. Secondo molte antiche cosmogonie, l'uovo raffigura la totalità dalla quale avrà origine la realtà differenziata. Allo stesso modo, l'uovo è simbolo del rinnovamento ciclico della natura, rappresenta la rinascita ed è immagine di resurrezione e di immortalità, come espresso nella tradizione delle uova pasquali. 

DRAGO

L'etimologia della parola drago ci riporta ad un'antica radice sanscrita, drk- o derk-  che significa "vedere". Da essa il verbo greco δέρκομαι, (dérkomai) = guardare, da cui, finalmente,  δράκων (dràkon) = drago, rettile, serpente (cui veniva attribuito il potere di paralizzare con lo sguardo la sua preda per poi divorarla). Il latino draco, draconis, infine chiude il cerchio dell'excursus etimologico. Il drago è un animale mostruoso fantastico dall'aspetto simile ad un rettile, un gigantesco lucertolone ricoperto di squame, con ampie ali da pipistrello e dotato di possenti artigli che nell' immaginario collettivo è in grado di sputare fuoco, lanciando a grande distanza dalla bocca potentissime fiamme. Specialmente in occidente, il drago è simbolo archetipico delle forze del male oppure lo si trova come guardiano di un tesoro o di un bene che bisogna conquistare (ad esempio tra i tanti, ricordiamo, in ambito della cultura cristiana, il racconto di San Giorgio che uccide il drago o, andando ancora più indietro, in ambito della cultura pagana, il mito di Gilgamesh che uccide il drago che avvolge fra le sue spire l'albero sacro.)  In oriente, invece, il drago ha un valore simbolico decisamente benigno. E' simbolo archetipico di saggezza, di potenza, di forza vitale. I draghi hanno il potere di allontanare gli spiriti cattivi e di proteggere i giusti ed i più deboli; hanno potere sui mari, sui fiumi e sui laghi, sui fenomeni atmosferici  e sulla fertilità dei campi. A questa visione positiva del drago, corrisponde l'accezione  data, ai nostri giorni, all'utilizzo della parola drago attribuita ad una persona: "Essere un drago"  per indicare persona talmente dotata di qualità eccezionali in qualcosa, da essere un "mostro" (di bravura), o "un drago" rispetto ad una qualche abilità.