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MARANZA, etimologia e significato

Nel 2022, quando i giornali cominciarono a riempirsi di raduni di ragazzini tra Peschiera del Garda e Riccione, maranza sembrava una parola appena sbucata dai social. Non lo era. La scheda dell’Accademia della Crusca ricorda che il termine non è affatto un neologismo: nel lessico giovanile, soprattutto settentrionale, circola dagli anni Ottanta con il significato di “tamarro, coatto”. La prima attestazione che si conosca sta in una canzone. Nel 1988 Jovanotti, in Il capo della banda (album La mia moto), si presenta in mezzo a “matti di maranza”. La stampa se ne accorge subito: la stessa scheda segnala occorrenze nel Corriere della Sera e in la Repubblica del 1989, e la voce entra poi in dizionari di gergo giovanile del 1997 e del 2004. Il personaggio, però, è un altro. Il maranza di allora è il tamarro, legato alla musica dance e ai locali notturni. Poi la parola scivola nell’ombra, come capita spesso al gergo: il presidente della Crusca, Paolo D’Achille, la descrive quasi dimenticata fino al 2019, quando i social ne ribaltano il significato. Nell’estate del 2022 il fenomeno arriva ai telegiornali. L’opinione pubblica si spacca tra chi vede un pericolo e chi ne coglie piuttosto il lato caricaturale. Qui cominciano i guai, perché nessuno lo sa con certezza. Il Post nota che le parole del parlato, scarsamente scritte, hanno spesso un’origine ignota e si possono solo fare ipotesi. 

L’ipotesi più solida è quella dialettale. La Crusca la formula con prudenza: probabilmente dal meridionale maranza, “melanzana”, con la possibile sovrapposizione di marakesch o marocco, che nel gergo giovanile valevano “meridionale”. L’idea non è nata ieri. La si attribuisce a Emanuele Banfi (1992) e a Lorenzo Coveri (1993): maranza come “melanzana” per via del colore, anche se in Sicilia la stessa voce indica l’arancia. In questa lettura il Marocco c’entra poco con il Marocco vero. Marocco e Marrakech, negli anni Ottanta e Novanta, erano insulti da cortile rivolti ai meridionali. È la tesi che D’Achille ha ripetuto a Il Foglio: all’origine non ci sarebbe un marchio contro i nordafricani, ma contro i meridionali. 

Più instabile è il caso di zanza. D’Achille la cita nell’incrocio, spiegandola come voce gergale, di origine onomatopeica, da “zanzara”, e per estensione “imbroglione”. Poi c’è la lettura che circola di più, marocchino + zanza, rilanciata dall’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, che ha parlato di insulto con timbro etnico e di uno slang milanese in cui la parola vorrebbe dire proprio così. Ma nessun testo, per ora, mostra il passaggio da una forma all’altra. Il Post, più prudentemente, la tratta come un significato aggiuntosi di recente per assonanza. Un indizio va in questa direzione: nel 2009 alcuni articoli di cronaca milanese usano maranza per dire “marocchino”, un senso diverso da quello odierno. Il nordafricano, insomma, sembra entrare nella parola tardi. 

Restano due ipotesi di contorno. La prima vede in maranza una storpiatura di tamarro in tamarranza, con un suffisso settentrionale di tono beffardo, come in riccanza. La seconda, riportata da Rolling Stone Italia come curiosità, rimanda al marchio di impianti hi-fi Marantz. 

Anche se l’etimologia fosse chiarita domani, la questione non si chiuderebbe. Buona parte di chi si definisce maranza è fatta di italiani di seconda generazione di origine nordafricana e di giovani immigrati, e questo ha alimentato pregiudizi e contenuti mediatici razzisti. D’Achille lo dice senza giri di parole: la connotazione è negativa, e usare il termine per indicare un gruppo sociale preciso non è un gesto neutro, tanto che per questo scopo sarebbe meglio una parola diversa. Il linguista Andrea De Benedetti aggiunge che a contare è come le parole si usano, e che qui dietro c’è una visione classista e razzista. Va anche detto il rovescio. Marco Biffi, citato dalla Crusca, ricorda che se qualche maranza compare in gruppi violenti non ne segue che la parola significhi “violento”; rischiare di marchiare migliaia di ragazzi con sovrapposizioni facili sarebbe un errore. 

La versione più difendibile è questa: etimologia incerta, con un probabile fondo dialettale meridionale (la melanzana) incrociato con Marocco nel senso di “meridionale”. Le altre piste, da zanza a tamarranza a Marantz, sono congetture o associazioni successive. Per avere maggiori riscontri, servirebbero attestazioni anteriori al 1988, nel gergo scolastico e nella stampa locale dei primi anni Ottanta. Di certo c’è soltanto che la parola ha avuto, per più di trent’anni, una storia sociale molto più nitida della sua storia etimologica.

INGANNARE, etimologia e significato

Ingannare: verbo il cui campo semantico comprende il raggiro, la frode, la beffa, ma anche l’illusione. Ingannare significa «indurre qualcuno in errore», spesso con astuzia, frode o inganno. La sua etimologia è più complessa ed incerta di quanto sembri: la spiegazione più solida lo collega al latino gannire, «guaire, latrare» e, figuratamente, «schernire, beffare»; un’ipotesi etimologica alternativa lo fa derivare da incannare, «prendere con la canna». Il verbo ingannare è registrato dalle principali fonti lessicografiche italiane come proveniente dal tardo latino ingannare, di origine incerta. Questa prudenza è importante: non si tratta di una parola ereditata in linea diretta dal latino classico, ma di una formazione tarda o volgare, diffusasi nelle lingue romanze.

L’etimologia oggi più convincente collega ingannare al latino gannire. Il verbo indicava il guaito o il latrato di cane e volpe, ma aveva anche un uso figurato: «grugnire», «borbottare», «schernire», «prendere in giro». Il prefisso in- avrebbe un valore intensivo, mentre il significato si sarebbe spostato da «deridere, beffare» a «ingannare». La beffa è spesso una forma di aggressione verbale che può diventare raggiro. Questa ipotesi è rafforzata dalla presenza della stessa famiglia lessicale in altre lingue romanze: spagnolo engañar, portoghese enganar, catalano enganyar e romeno îngâna. La Real Academia Española collega engañar al latino volgare ingannāre «burlare», derivato da gannīre.

Come già accennato, un'altra ipotesi mutuata dalla tradizione collega ingannare a un presunto tardo latino incannare, formato da in- e canna. Canna indica lo stelo cavo di alcune piante, ma può anche designare strumenti di cattura, come nasse o trappole. Secondo questa ricostruzione, incannare avrebbe avuto il senso di «prendere con la canna», «avvincere» o «intrappolare»; da qui, per metafora, «catturare qualcuno», «raggirare», «ingannare». Il verbo italiano incannare conserva effettivamente, in uso volgare, il significato di «raggirare, fregare». L’ipotesi è suggestiva perché costruisce un percorso concreto: canna → trappola → cattura → inganno. Tuttavia, il suo sostegno comparativo è minore rispetto a quello dell’ipotesi di gannire, e Treccani non la presenta come certa.

La prima ipotesi è avvantaggiata dalla diffusione coerente del verbo nelle lingue romanze e dalla documentazione del tardo latino ingannare nel senso di «burlare». La seconda resta una spiegazione tradizionale affascinante, ma meno ben dimostrata.

Con il tempo, inganno ha assunto un’area semantica molto ampia:

beffa: prendere qualcuno in giro;

raggiro: indurre qualcuno in errore con astuzia;

frode: ingannare per ottenere un vantaggio;

illusione: qualcosa che appare vero ma non lo è.

Il nucleo concettuale è sempre lo stesso: una realtà falsa o distorta viene presentata come vera, e la vittima dell’inganno crede di capire correttamente ciò che invece la sta ingannando.

RISPARMIO, etimologia e significato

La parola risparmio non deriva direttamente dal latino classico, né possiede una radice protoindoeuropea attestata in forma compiuta nelle fonti italiche antiche. È un derivato di risparmiare, verbo entrato nell’italiano medievale attraverso il germanico *sparanjan «trattare con indulgenza, risparmiare», a sua volta ricondotto al germanico *sparōn «non uccidere, risparmiare». Treccani definisce risparmiare come derivato dal germanico *sparanjan, da cui proviene anche sparagnare. Il Trésor de la langue française / Académie française collega il francese épargner al francone *sparanjan «trattare con indulgenza», e questo al germanico *sparōn «non uccidere». Il prefisso ri- è l’esito italiano del latino re-, con valore intensivo, iterativo o di «di nuovo»; in risparmiare rafforza l’idea di custodire, non consumare, tenere da parte. Plausibile ma meno direttamente dimostrabile: il collegamento con una radice PIE *(s)per- / *sperH-. Le grandi etimologie germaniche e romanze lo accolgono, ma la filiera passa attraverso il germanico e il franco, non attraverso una trasmissione documentata dal sanscrito o dal latino all’italiano.

Il percorso etimologico acclarato è, quindi il seguente:

germanico: *sparōn «non uccidere»;

francone: *sparanjan «trattare con clemenza»;

antico francese: esparnier «risparmiare, lasciar vivere»;

italiano: sparagnare e risparmiare.

Il francese antico esparigner è attestato nell’XI secolo nel senso di «non uccidere, lasciare in vita»; nel XII secolo assume il valore di «usare con misura», e nel XIII quello di «accumulare mediante risparmio». Questo spiega perfettamente lo sviluppo semantico italiano: dal risparmio della vita si passa al risparmio delle forze, dei beni, del denaro.

Il De Mauro data risparmio intorno al 1300, come derivato di risparmiare. Il DELI di Cortelazzo e Zolli, riferimento principale dell’etimologia italiana, registra sparagnare nel senso di «non consumare, non sprecare» già in Boccaccio (1348–1353), mentre il valore di «non spendere o non usare per tenere da parte» è documentato in Guicciardini (1540); una forma precedente, sparniare, è attribuita a Giamboni nel 1292. La forma sparagnare conserva meglio il passaggio galloromanzo-italiano; risparmiare aggiunge il prefisso ri- e diviene la base del sostantivo moderno risparmio.

Il significato si è allargato in tre direzioni:

Conservare: risparmiare cibo, tempo, forze, salute.

Non spendere: ottenere un vantaggio economico o evitare una spesa.

Risparmiare qualcuno: non uccidere, non colpire, non infliggere una sofferenza.

Treccani documenta tutti e tre gli usi: dal «limitare l’uso e il consumo» al «mettere da parte denaro», fino a «risparmiare la vita a qualcuno». Questa coerenza semantica conferma l’origine del termine in un’idea primitiva di astensione dal danno, non in un’idea primariamente bancaria o contabile.

INFLAZIONE, etimologia e significato

La parola italiana inflazione è un termine tecnico-economico di formazione recente, ma la sua radice affonda in un patrimonio linguistico millenario che risale al protoindoeuropeo. Il vocabolo designa oggi, in economia, l’aumento generalizzato e prolungato del livello dei prezzi, con conseguente perdita del potere d’acquisto della moneta; tuttavia, il suo significato originario era ben più concreto e fisico: «gonfiamento», «rigonfiamento», «atto del soffiare dentro».

In italiano, inflazione è un sostantivo femminile, attestato in senso economico a partire dal XX secolo, ma presente già in testi medici e tecnici con il significato di «gonfiore», «rigonfiamento» (specialmente in riferimento a parti del corpo). Secondo il Dizionario etimologico della lingua italiana (DELI) di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, e il Grande Dizionario della Lingua Italiana (GDLI), la parola è un derivato dal latino inflatio, -ōnis, passato attraverso il francese inflation e l’inglese inflation, prima di stabilizzarsi nella forma italiana attuale. La forma latina da cui deriva direttamente inflazione è īnflātiō, īnflātiōnis (femminile, terza declinazione), che significa propriamente «gonfiamento», «rigonfiamento», «atto del soffiare dentro», e in senso figurato «vanagloria», «presunzione», «orgoglio eccessivo». Questo sostantivo è formato sul participio passato īnflātus del verbo īnflāre, a sua volta composto da: in- (prefisso che indica «dentro», «verso l’interno»)  e flāre («soffiare», «emettere aria», «gonfiare»). Dunque, in-flāre = «soffiare dentro», «insufflare», «gonfiare con aria». In latino classico, inflare era usato sia in senso concreto (es. inflare tubam, «soffiare nella tromba»; inflare velum, «gonfiare la vela») sia in senso metaforico (inflare animum, «gonfiare l’animo», cioè «insuperbirsi», «vaneggiare»). Il sostantivo inflatio compare in testi medici (per indicare gonfiori corporei) e retorici (per indicare l’enfasi eccessiva del discorso). Il verbo latino flāre («soffiare») è centrale in questa catena etimologica. Deriva, secondo la ricostruzione comparativa delle lingue indoeuropee, da una radice protoindoeuropea (PIE) indicata come *bhlē- o *bhle-, con il significato di «soffiare», «gonfiare», «emettere aria». Questa radice è documentata in numerosi lessici etimologici specialistici, tra cui:

Julius Pokorny, Indogermanisches etymologisches Wörterbuch (IEW);

Michiel de Vaan, Etymological Dictionary of Latin and Other Italic Languages;

American Heritage Dictionary of Indo-European Roots;

Etymonline (basato su Watkins e altri).

La radice *bhlē- ha dato origine, nelle varie lingue figlie, a forme con esiti fonetici diversi:

  • In germanico: antico inglese blāwan, inglese moderno blow («soffiare»);
  • In baltico: lituano bliauti («muggire», «ruggire»);
  • In slavo: russo blevat’ («vomitare», in origine «rigettare con forza»);
  • In greco antico: phléō («essere pieno», «ribollire», «gonfiarsi»);

Il termine economico inflazione non è entrato in italiano direttamente dal latino, ma attraverso la mediazione dell’inglese inflation e del francese inflation. In inglese, inflation è attestato dal XIV secolo con il significato medico di «gonfiore», «flatulenza», e solo nel XIX secolo (1838, in americano) assume il senso economico di «aumento dei prezzi per eccesso di moneta in circolazione». L’italiano ha quindi preso in prestito il termine già specializzato in senso economico, adattandolo alla fonetica e morfologia italiana (inflation → inflazione).

È interessante notare come il significato economico di «inflazione» sia una metafora perfettamente coerente con l’etimologia: così come un palloncino si gonfia d’aria diventando più grande ma più «vuoto» dentro, così i prezzi si «gonfiano» mentre il valore reale della moneta si assottiglia.


COMPRARE, etimologia e significato

Tutte le fonti etimologiche concordano nel derivare l’italiano comprare dal latino comparāre, infinito del verbo comparō. Nei lessici latini comparō / comparāre è attestato con una gamma di significati: “preparare, allestire, disporre, procurarsi, ottenere, acquistare, comprare”. In contesti classici e tardo‑classici, comparare aliquid può significare tanto “preparare qualcosa” quanto “procurarsi / comprare qualcosa”, come mostrano esempi in Seneca e altri autori. È importante sottolineare che la semantica di comparāre oscilla fra due poli: da un lato, l’idea di preparare / disporre qualcosa; dall’altro, quella di procurarsi / acquisire, spesso con implicazione di spesa o sforzo, che in tardo latino si specializza nel valore “comprare”. La tradizione latina conosce infatti due serie etimologiche legate alla forma comparare: 

com- + par “uguale” → comparāre “mettere alla pari, confrontare, paragonare”.

com- + parāre “preparare, procurare” → comparāre “preparare, procurare, acquistare”.

Alcune fonti divulgative ricordano che la sovrapposizione grafica dei due verbi ha favorito una certa confusione etimologica, ma le opere specialistiche distinguono nettamente i due etimi, tanto più che i valori semantici (paragonare vs comprare) si sono differenziati stabilmente nelle lingue romanze.

Il collegamento fra “preparare” e “procurarsi” è evidente: preparare qualcosa implica sovente procurarsene i mezzi o le risorse; da qui l’estensione al campo economico dell’“acquisire, comprare”. In questa prospettiva, comparāre “comprare” è letteralmente “parare insieme, mettere in opera mezzi e risorse” per ottenere un bene.

Dalla base latina COMPARĀRE si ottiene comperare, per il passaggio del gruppo ‑ar‑ a un esito ‑er‑ in posizione intertonica, fenomeno tipico del fiorentino. Da comperare si passa poi a comprare per sincope della vocale ‑e‑ intertonica tra consonante e r, dando luogo alla forma sincopata moderna.

Risalendo al livello protoindoeuropeo, i grandi repertori etimologici indoeuropei (per es. l’American Heritage Dictionary, Etymonline e raccolte di radici PIE) collegano il latino parāre a una radice ricostruita *per‑ / *perə‑ con valore generale “produrre, procurare”, e in senso lato “portare avanti, fornire”. lo stesso complesso etimologico produce una serie di parole latine come parēns “genitore”, parātus “pronto”, apparātus “apparato”, imperāre “ordinare, comandare”, separāre “separare”, tutte derivate da parāre in senso lato “mettere in stato, predisporre, procurare”. In termini di linguistica storica, possiamo dire che il campo semantico profondissimo da cui discende comprare è quello del “produrre, far esserci, procurare, predisporre”; l’idea dell’“acquisto a pagamento” è un affinamento culturale in un contesto economico, non il senso originario della radice indoeuropea.

Infografica etimo COMPRAE
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ELETTRICO, etimologia e significato

L'origine della della parola elettrico deriva dalla parola greca ἤλεκτρον (ḗlektron), che significava appunto «ambra». Gli antichi Greci avevano osservato un fenomeno curioso: strofinando un pezzo d'ambra, questo era in grado di attirare piccoli oggetti leggeri, come pagliuzze o frammenti di materiale sottile. Naturalmente non conoscevano ancora la natura di quel fenomeno, che oggi sappiamo essere una manifestazione dell'elettricità statica, ma avevano già individuato e descritto quella singolare proprietà. Dal greco ἤλεκτρον la parola passò al latino nella forma electrum. Nel 1600 lo scienziato inglese William Gilbert, studiando i fenomeni di attrazione prodotti dallo strofinamento di alcune sostanze, utilizzò il termine latino scientifico electricus, cioè, letteralmente, «simile all'ambra» o «dotato delle proprietà dell'ambra». Gilbert si era infatti accorto che quel comportamento non apparteneva soltanto all'ambra, ma poteva essere osservato anche in altri materiali. Da electricus nacque poi, nelle lingue moderne, la parola elettrico, dalla quale prendono origine elettricità e tutti gli altri derivati. La cosa più curiosa è il cambiamento di significato avvenuto nel corso dei secoli. In origine, infatti, la parola indicava semplicemente una sostanza concreta: l'ambra. Successivamente, il nome di quella sostanza venne utilizzato per indicare una sua particolare proprietà. Infine, quella proprietà divenne il nome di un intero insieme di fenomeni naturali e delle successive applicazioni tecnologiche derivate.

Infografica etimo ELETTICO
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CAOS, etimologia e significato

La documentazione lessicografica più autorevole concorda nel ricondurre la parola caos al greco χάος, attraverso il latino chaos. Treccani precisa che il greco χάος contiene la stessa radice χα- dei verbi χαίνω e χάσκω, “essere aperto, spalancato”, e richiama anche χάσμα, “voragine”. L’italiano ha poi ereditato il termine come voce dotta, con sviluppo semantico sia mitologico sia figurato. Nel greco arcaico e nella cosmogonia esiodea, Χάος non indica un miscuglio disordinato nel senso moderno, ma una condizione originaria di apertura o di vuoto, anteriore all’ordine del κόσμος. Treccani spiega che si tratta della “gran lacuna” o del "vuoto originario" preesistente alla creazione dell’universo ordinato. Solo in seguito il termine si è avvicinato al valore di massa confusa o materia informe. In altri termini, il “caos” originario è innanzitutto un vuoto spalancato, non un disordine vero e proprio. Il passaggio al significato moderno di “confusione, grande disordine” è una metafora semantica: ciò che è aperto, non delimitato e non strutturato diventa, per estensione, ciò che è privo di ordine. Treccani segnala esplicitamente che dal valore cosmologico originario deriva il significato più comune di disordine, confusione, turbamento sociale o politico. Questa evoluzione è perfettamente coerente con la storia culturale del termine: dal cosmo primordiale alla metafora del mondo senza forma. In seguito il concetto di caos viene rielaborato nel naturalismo greco e trova una formulazione teorica nella dottrina di Anassagora, dove la realtà nasce da un miscuglio originario ordinato dall’Intelletto (νοῦς). Proprio questa lunga tradizione ha favorito l’uso moderno di caos per designare sistemi imprevedibili, complessi o apparentemente senza ordine.

"Caos"