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SEGNO

Le radici etimologiche della parola segno ci riportano alla radice indoeuropea *sekw- (da cui il latino signum) che, in senso stretto, significa tagliare, incidere, mentre, in senso ampio, assume il significato di  seguire o indicare. Tale etimologia suggerisce che il segno, nella sua forma più basilare, è un simbolo o un indicatore, ma il suo impiego variegato abbraccia anche l'arte, la linguistica e la psicologia. Nel contesto linguistico, il segno è una rappresentazione simbolica di un concetto. La semiotica, disciplina che studia i segni e i loro significati, ci guida attraverso le intricate dinamiche della comunicazione simbolica, svelando come il segno agisca da tramite tra il significante e il significato. Nell'ambito artistico, il segno non è solo un tratto su una superficie, ma un veicolo di espressione. Attraverso la pittura, la scultura, la musica e il teatro, il segno diviene la chiave di accesso alle profondità emotive e concettuali dell'artista. Filosoficamente, il segno può essere analizzato fenomenologicamente come il medium attraverso cui percepiamo e attribuiamo significato al mondo circostante. Nella psicologia, si può considerare come il legame tra il conscio e l'inconscio, un riflesso della complessità della mente umana. In ogni contesto, il segno si rivela come una forza guida, un linguaggio universale che supera le barriere culturali e linguistiche.

La semiotica e la semantica sono le due discipline correlate, ma distinte, che si occupano dello studio dei segni in contesti differenti:

La semiotica è lo studio dei segni e dei sistemi di segni, inclusi i linguaggi, le immagini, i gesti e altri simboli, al fine di comprendere come essi veicolano il significato. Essa analizza come i segni funzionano come veicoli di significato e come vengono interpretati dagli individui o dalla società nel loro complesso. Studia i processi di significazione, interpretazione e comunicazione simbolica. La semiotica trova applicazione in vari ambiti, inclusi la linguistica, l'arte, la cultura popolare, la pubblicità e la comunicazione di massa.

La semantica è la branca della linguistica che si occupa dello studio del significato delle parole, delle frasi e delle espressioni linguistiche all'interno di un contesto specifico. Essa studia come il significato di una parola o di una frase può variare a seconda del contesto in cui viene utilizzata. La semantica si concentra sul significato delle parole e sulle relazioni di significato tra di esse. 

In sintesi, mentre la semiotica si occupa dello studio generale dei segni e dei loro significati in contesti più ampi, la semantica si focalizza specificamente sul significato delle parole e delle frasi all'interno del contesto linguistico. Entrambe sono fondamentali per comprendere come il significato sia veicolato e interpretato nelle diverse espressioni umane.

I segni possono essere considerati i mattoni fondamentali della comunicazione umana. Non solo ci permettono di trasmettere informazioni, ma anche di creare un senso di connessione e di condivisione tra gli individui. Possono essere utilizzati per esprimere emozioni, trasmettere concetti complessi e persino per influenzare le azioni degli altri. 

Il triangolo semiotico

'NDRANGHETA, etimologia e significato

L'etimologia della parola 'ndrangheta non è certa; tuttavia, sono state proposte varie ipotesi, tra le quali, due sembrano essere le più accreditate presso gli studiosi:

-  la parola 'ndrangheta deriva dal termine greco ἀνδραγαθία (andragathía), a sua volta composta da  andròs (genitivo di anér cioè uomo ) e da agathia (valore, rispettabilità...) Questo termine era usato presso gli antichi Greci per descrivere le virtù che un uomo avrebbe dovuto possedere, come onore, coraggio e lealtà (teoria formulata da Paolo Martino nel saggio "Per la storia della 'ndranghita");

-  il legame etimologico è individuato nel dialettismo calabro ’ntrànchiti = interiora di capretto o di pecora, (che a sua volta presenta le varianti ’ntragni, ’ntràgnisi, ’ntrànghisi = interiora, frattaglie) e deriva dal latino interanĕa = interiora. Sul piano semantico il significato di interiora, intestini ha assunto quello metaforico di "membri uniti da un legame interno,  viscerale, profondo, esclusivo e riservato" e quindi "uomini d’onore", da cui la locuzione "società dei ’ndranghiti" e per ellissi semplicemente ’ndranghiti. (teoria preferita dall'Accademia della Crusca - per approfondire clicca QUI).

A differenza delle altre organizzazioni criminali in Italia, la 'ndrangheta si distingue per la sua struttura interna: ogni cosca poggia sui membri di un nucleo familiare legati tra loro da vincoli di sangue, noti come 'ndrine. Matrimoni tra diverse cosche non sono rari e servono a consolidare i legami tra le famiglie mafiose. In passato, i casi di pentitismo erano rari a causa del forte legame familiare; i membri erano riluttanti a tradire i propri parenti e familiari, andando contro il giuramento fatto all'ingresso nel mondo della criminalità. Tuttavia, con l'aumento della pressione da parte dello Stato e l'attenzione dei media, la 'ndrangheta sta iniziando a registrare un aumento dei casi di pentitismo. Secondo le ultime indagini condotte dalla Direzione Investigativa Antimafia nel 2022 emerge che la 'ndrangheta può vantare di un esercito di 250 000 affiliati sparsi nel mondo e di più di 400 000 favoreggiatori tra affiliati e non affiliati solamente in Calabria. Con un fatturato annuo di circa 150 miliardi di euro.

’ntrànchiti

FAIDA, etimologia e significato

La parola faida deriva dall'antico tedesco fehida, composto da feh che significa nemico. Si ricollega alla radice protoindoeuropea fik-  o pik-  = pungere, ed in senso lato, colpire, offendere. In generale, rappresenta una guerra privata tra famiglie o uno stato di inimicizia perenne. Inizialmente, nel diritto germanico, indicava il diritto di un privato di ottenere soddisfazione per un torto subito. Nel corso del tempo, ha acquisito il significato di guerra privata tra famiglie o gruppi, spesso caratterizzata da conflitti prolungati, vendette e cicli di violenza. Nell'evoluzione della lingua italiana, la parola "faida" ha acquisito un significato più ristretto e specifico, indicando una disputa prolungata, spesso caratterizzata da vendette e conflitti tra gruppi o famiglie. La faida può nascere da motivi vari, come questioni di onore, vendette personali, contese territoriali o rivalità storiche. Le faide erano particolarmente comuni in molte regioni d'Italia durante il periodo medievale e oltre, quando la società era spesso divisa in fazioni o clan, ognuno dei quali difendeva il proprio onore e i propri interessi con forza e determinazione. Questi conflitti potevano durare a lungo e portare a cicli di vendetta che coinvolgevano generazioni successive. Un esempio noto di faida nella storia italiana è la "Faida dei Montecchi e dei Capuleti", che è stata immortalata da William Shakespeare nella sua opera "Romeo e Giulietta". Questa rappresentazione drammatica di una faida tra due famiglie a Verona rifletteva una realtà sociale dell'epoca, anche se la storia di Romeo e Giulietta è una creazione letteraria. In tempi più recenti, il termine "faida" è stato utilizzato anche per descrivere conflitti tra gruppi criminali organizzati, come la mafia, che si sono verificati in diverse parti d'Italia. In questo contesto, la faida può coinvolgere scontri violenti tra clan rivali, con conseguenze spesso tragiche per coloro che sono coinvolti o che vivono nelle comunità colpite.

Faida

TREGUA, etimologia e significato

L'origine della parola tregua può essere rintracciata nel latino medievale tregua, che a sua volta deriva dal dal gotico-antico tedesco 𐍄𐍂𐌹𐌲𐌲𐍅𐌰  (triggwa) = patto, accordo, originariamente associato a un periodo di tempo limitato durante il quale le ostilità venivano provvisoriamente sospese. Periodo di tempo sufficiente per permettere alle parti coinvolte di negoziare e risolvere le controversie in modo pacifico. Nel corso del tempo, il significato di "tregua" si è esteso per includere un periodo di pausa o cessazione temporanea delle ostilità, cioè un "armistizio", che può variare in durata a seconda del contesto e delle circostanze. La parola tregua implica quindi una temporanea sospensione delle ostilità o dei conflitti, offrendo un periodo di calma e di pausa in cui le parti coinvolte possono riflettere, negoziare e cercare soluzioni pacifiche. È un invito a cercare la comprensione reciproca e a lavorare verso la risoluzione dei conflitti in modo pacifico. Insomma, la tregua non implica necessariamente la risoluzione definitiva di un conflitto, ma rappresenta un'opportunità per aprire un dialogo costruttivo e cercare soluzioni che siano accettabili per entrambe le parti coinvolte. È un momento di respiro e di riflessione, in cui si cerca di ridurre le tensioni e cercare un terreno comune per la risoluzione delle divergenze.                                
Bandiera bianca

ANFITRIONE, etimologia e significato

L'origine della parola anfitrione risale alla mitologia greca: infatti, Anfitrione era un personaggio della mitologia greca, noto per essere stato il marito di Alcmena, madre di Eracle (Hercules). Secondo il mito, Zeus si trasformò in Anfitrione per unirsi ad Alcmena mentre il vero Anfitrione era lontano in guerra. Questo evento mitologico ha dato origine all'uso del termine "anfitrione" per indicare un ospite o un padrone di casa. Dal punto di vista strettamente etimologico, il termine anfitrione deriva dal greco antico Ἀμφιτρύων (Amphitryon), composto da αμφί (amphi) che significa intorno e τρύω (tryo) che significa nutrirsi o alimentarsi. Quindi, letteralmente il significato originario deve intendersi come "colui che nutre o si prende cura degli ospiti intorno a sé". Ciò richiama l'idea di una persona che accoglie gli altri nella propria casa e si prende cura di loro, fornendo loro cibo, alloggio e ospitalità. Nel corso dei secoli, il termine "anfitrione" è stato adottato in molte lingue europee con significati simili. Ad esempio, in italiano, francese e spagnolo, la parola anfitrione mantiene il suo significato originale di "padrone di casa" o "ospite". In inglese, il termine "host" (usato per indicare un ospite o un padrone di casa) può essere considerato un equivalente moderno di "anfitrione". Tuttavia, il significato di "anfitrione" non si limita solo all'ospitalità e all'accoglienza, ma si estende in ulteriori ambiti: nel contesto della medicina, la parola "anfitrione" è stata utilizzata per descrivere un organismo ospite che ospita o nutre un parassita o un agente patogeno basandosi sull'idea che l'organismo ospite fornisce un ambiente favorevole per la sopravvivenza e la proliferazione del parassita o dell'agente patogeno; nel contesto teatrale, il termine "anfitrione" è stato utilizzato per riferirsi a un personaggio principale in una commedia o a un ospite d'onore che viene celebrato in un'occasione speciale, richiamando l'idea di un individuo che assume un ruolo centrale o di spicco in una situazione sociale o culturale. In campo tecnologico, il concetto di anfitrione si è esteso anche al mondo digitale, con l'avvento dei social media e delle piattaforme di condivisione di contenuti: gli anfitrioni di eventi online, ad esempio, organizzano e conducono webinar, podcast o video in diretta, offrendo un'esperienza coinvolgente ai loro spettatori. i virtuali. Nel contesto dell'intrattenimento, l'anfitrione è colui che presiede un evento o uno spettacolo, guidando e presentando gli altri partecipanti; nell'ambito delle relazioni diplomatiche, l'anfitrione rappresenta il paese che ospita una conferenza, un summit o un incontro ufficiale. Le espressioni idiomatiche con la parola anfitrione rappresentano un utilizzo figurato del termine, andando oltre il suo significato letterale. Queste espressioni possono essere rintracciate nella lingua italiana e mostrano l'influenza culturale e popolare del termine: ad esempio, l'espressione "essere l'Anfitrione" indica il ruolo di ospitante o padrone di casa, mentre "fare l'Anfitrione" si riferisce a chi organizza e accoglie gli ospiti in modo cordiale. Allo stesso modo, l'espressione "essere l'Anfitrione del proprio destino" si riferisce alla capacità di prendere in mano il proprio futuro. Tali espressioni illustrano come il termine "Anfitrione" sia entrato nel linguaggio quotidiano, rappresentando, per antonomasia, un ruolo di ospitalità, accoglienza e comando.

Anfitrione in un affresco di Ercolano

CURA, etimologia e significato

La parola cura deriva dal latino cūra che significa cura, attenzione . Questo termine latino si ritiene  sia da collegare alla radice indoeuropea *keu-, che rappresenta l' azione di osservare, di notare, di rivolgere l'attenzione. Le parole che derivano da questa radice condividono un nucleo semantico comune, che si manifesta attraverso una varietà di sfumature e significati correlati. Come dicevamo, una delle prime parole che possiamo associare a questa radice è proprio "cura". Questo termine riflette l'idea di osservare attentamente qualcosa, di prendersene cura e di dedicargli attenzione. Questo concetto si è poi diffuso in altre lingue, come l'italiano, l'inglese e il francese, mantenendo il suo significato originale o sviluppandone di nuovi nel corso dei secoli. Ad esempio, in inglese, la parola "cure" può indicare sia l'azione di curare qualcosa o qualcuno, sia il processo di guarigione. Il collegamento con la radice *keu- suggerisce che il concetto di osservare attentamente e prendersi cura di qualcosa sia presente in entrambe le accezioni. Anche in altre lingue indoeuropee, troviamo parole che derivano dalla stessa radice e condividono significati simili. Ad esempio, in sanscrito, la parola cintā significa attenzione o preoccupazione. In irlandese antico, la parola cuimhnigh si traduce come ricordare. Questi esempi dimostrano come la radice *keu- sia stata adottata e adattata in diverse lingue indoeuropee, dando luogo a una varietà di parole che si collegano al concetto di "osservare" e "notare" in modi unici. Tale radice protoindoeuropea, fu assorbita dal sostantivo latino cūra e dal verbo curare che significa "preoccuparsi", "avere a cuore", "premurarsi". Da ciò, il senso originario di "cura" come affettuosa premura e dedizione verso le persone care. Già in latino il vocabolo assunse però anche accezioni più ampie, ad indicare l'attività di gestione, amministrazione, tutela di affari pubblici o privati. Da qui i derivati come "procuratore", "curatore", "curia". In italiano "cura" è documentato a partire dal XIII secolo. Ha mantenuto sia il significato di attenzione amorevole e custodia, sia quello di responsabilità nella gestione di interessi altrui, come in espressioni del tipo "avere cura di qualcosa". In campo medico ha assunto il significato specifico di intervento terapeutico per risanare una malattia o ferita, accezione prevalente nell'italiano moderno. Il verbo "curare" viene quindi usato come sinonimo di "medicare", "sanare". la stessa  radice della parola cura si ritrova in altre parole come "accuratezza", "curatela", "curatore", "curiosità". In ambito religioso, nel cristianesimo la "cura animarum" indicava la responsabilità pastorale per la salvezza spirituale dei fedeli. In filosofia,  il padre dell'esistenzialismo Martin Heidegger parlava di "cura" come trasporto esistenziale verso le cose, contrapponendola alla semplice "preoccupazione". In psicologia, il termine "cure" in inglese ha assunto il significato di "prendersi cura" dei pazienti anche sul piano emotivo.

"L'attenzione è la prima forma di amore"
(Simone Weil)

PALESTINA, etimologia e significato

L'etimologia della  parola Palestina  - in greco Παλαιστίνη (Palaistínē), in latino Palaestina, in arabo فلسطين‎ (Falasṭīn), in ebraico פלשתינה(Palestina) in yiddish: פּאלעסטינע (Palestine) - ci riporta all'antico termine Pǝléšet, attestato già nella Bibbia ebraica (XIII-VI secolo a.C.). Esso indicava l'area geografica corrispondente alla regione costiera meridionale della terra di Canaan. più precisamente, la regione geografica del Vicino Oriente compresa tra il mar Mediterraneo, il fiume Giordano, il Mar Morto, a scendere fino al Mar Rosso e ai confini con l'Egitto. La radice ebraica p-l-š rimanda al popolo dei Filistei, stanziati nella zona; da qui il nome "Pǝléšet" acquisì il significato di "terra dei Filistei". I Greci tradussero il toponimo in Παλαιστίνη (Palaistinḗ) da cui il latino "Palaestina". Con le conquiste di Alessandro Magno e l'assoggettamento romano, il nome si estese a tutta la regione tra il mar Mediterraneo e il fiume Giordano. Dopo la diaspora ebraica del I-II secolo d.C., fu abbandonato l'endonimo biblico "Terra d'Israele". Nel 135 d.C., in seguito alla repressione della rivolta di Bar Kokhba, l'imperatore Adriano rinominò ufficialmente la provincia romana di Giudea in "Syria Palaestina", da cui deriva l'odierna definizione di Palestina. Il toponimo ha quindi origini antichissime, legate alle popolazioni che abitavano l'area in epoca biblica e classica. L'endonimo arabo è Falasṭīn, direttamente derivato dal greco. I palestinesi si autodefiniscono "Falasṭīniyyūn". Tale denominazione "Falasṭīn" ha poi assunto il significato moderno di territorio rivendicato dal popolo palestinese come propria patria e stato nazionale.

La Palestina nell'800 a.C. secondo la Bibbia