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CODICE, etimologia e significato

Quando oggi diciamo codice, pensiamo subito a un libro di leggi, a un codice penale o civile, o magari al codice sorgente di un programma informatico. Ma le radici di questa parola affondano in un terreno molto più semplice e concreto: il legno. In latino esisteva il termine caudex (poi scritto anche codex), che significava tronco d’albero, ceppo. Da quel tronco, tagliandolo a fette sottili, si ricavavano tavolette di legno rivestite di cera: su quelle tavolette gli antichi Romani scrivevano con uno stilo. Erano i loro “quaderni” primitivi. È così che caudex passò a significare tavoletta per scrivere, e poi, con un salto naturale, libro. Con il tempo, le tavolette legate insieme furono sostituite da fogli piegati e cuciti, dando vita al formato librario che chiamiamo ancora oggi codex (in inglese si dice proprio codex, quando si parla dei grandi manoscritti antichi). Il codice era molto più pratico del rotolo (volumen), perché permetteva di sfogliare le pagine, tornare indietro, fare indici. Per questo, tra il III e il IV secolo, il codice soppiantò il rotolo e diventò il formato librario per eccellenza. Quando l’Impero Romano cominciò a raccogliere in un unico libro le leggi emanate dagli imperatori, quel libro prese il nome di Codex. Nel 438 venne pubblicato il Codex Theodosianus, la prima grande raccolta ufficiale di leggi imperiali. Nel 529, e poi nella versione definitiva del 534, l’imperatore Giustiniano fece compilare il Codex Iustinianus, parte del famoso Corpus iuris civilis, che influenzò tutto il diritto europeo per secoli. Da quel momento, la parola codice divenne sinonimo di raccolta sistematica di norme. Quando oggi diciamo “Codice Civile” o “Codice della Strada”, stiamo riprendendo esattamente quell’eredità romana. Con il Medioevo e il Rinascimento, “codice” significava soprattutto manoscritto. Ancora oggi i filologi parlano di codici miniati, veri capolavori d’arte libraria. Dal Settecento in poi, col trionfo della razionalità giuridica, codice tornò ad essere soprattutto “corpo ordinato di leggi” (basti pensare al Codice Napoleonico del 1804). Poi, nel Novecento, la parola assunse nuovi significati: in biologia, il codice genetico è il sistema di corrispondenze tra DNA e proteine, cioè il linguaggio stesso della vita; in semiotica, “codice” significa l’insieme delle regole che rendono comprensibile un linguaggio, che sia quello delle parole, delle immagini o persino dei gesti; in informatica, “codice” è l’insieme delle istruzioni che fanno funzionare un programma, il cosiddetto codice sorgente. In tutti i casi, codice significa sempre “qualcosa che organizza, conserva e trasmette regole o contenuti”. 

Codice

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